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SETTEMBRE 2009
Festa in onore di San Michele - Omelia

A tutti il mio cordiale e fraterno saluto nel Signore: al Vescovo Natalino Pescarolo, ai sacerdoti, alle religiose e ai fedeli laici. Il mio ossequio alle autorità civili e militari, ai rappresentanti delle Confraternite e delle associazioni di volontariato. Un augurio particolare alle forze della Polizia di Stato che oggi celebrano la loro festa religiosa.
La solennità del Patrono della città e della diocesi, san Michele, è una singolare opportunità per invocare la benedizione del Signore su noi, sulle nostre famiglie e sulle nostre comunità, per ravvivare la nostra fede e interrogarci sul senso della nostra vita e sulla nostra responsabile appartenenza alla Chiesa e alla società, per rafforzare il comune impegno nel promuovere una convivenza sempre più umana, giusta e solidale nel rispetto della dignità di ogni persona.

Oggi in tutte le chiese si celebra la festa dei santi Arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele. Michele, il cui nome significa "Chi è come Dio", è l'Arcangelo che, secondo il profeta Daniele, protegge il popolo di Dio e che nell'Apocalisse è presentato come il vittorioso combattente che con i suoi angeli lotta contro il drago, cioè Satana, il seduttore del mondo. Gabriele, vale a dire "Forza di Dio", è ricordato nel Vangelo di Luca come "colui che sta al cospetto di Dio" e porta l'annuncio di speranza della nascita del Battista e di Gesù. Infine, l'Arcangelo Raffaele, un nome che significa "Dio che cura", nella Sacra Scrittura è riconosciuto come il guaritore, colui che tramite Tobia ridona la vista al padre Tobi.

Le funzioni dei tre Arcangeli - difendere il popolo, guarire, portare un annuncio di salvezza - esprimono in modo concreto ed eloquente la vicinanza di Dio che interviene nella storia e si prende cura della vita degli uomini: una presenza che è protezione, difesa, liberazione.
L'azione liberatrice, espressa dagli Arcangeli, trova il suo compimento nel Figlio di Dio, il Cristo che ha sconfitto la morte e il potere del male e ha dato piena attuazione alla salvezza e al regno del nostro Dio.

La festa odierna è la conferma che il Dio in cui crediamo non è un "extracomunitario", non è un intruso o un estraneo, né una presenza invadente o marginale, ma è il Dio che fa storia con noi: è un Padre che manifesta la sua potenza con la misericordia e il perdono, è il Pastore che in Cristo Gesù ci difende dai lupi rapaci e si prende cura della pecora ferita, è la fonte della vita che attraverso lo Spirito Santo ci illumina, ci rigenera, ci sostiene nella lotta contro il male, dentro e fuori di noi.

Gesù assicura a Natanaele che il cielo è aperto, che gli angeli di Dio salgono e scendono, che dunque c'è una relazione continua e feconda tra Dio e gli uomini. Ignorare Dio o relegarlo in un angolo della nostra vita significa voler fare a meno del primo e principale Artefice della storia personale, sociale e mondiale. È la tentazione dell'autosufficienza che nasconde, in forma velata o esplicita, un delirio di onnipotenza. Le conseguenze sono rovinose. L'uomo facilmente si prostra dinnanzi ad altri idoli, che sovente hanno il nome di potere e ricchezza. L'orizzonte umano si restringe alla terra, dove ciò che maggiormente conta è la felicità individuale fatta di benessere, di progresso economico, di tornaconto personale. Senza un esplicito riferimento a Dio e alla sua Parola diventa difficile dare un senso alto alla nostra vita e cogliere il significato autentico della libertà. Vengono meno le motivazioni profonde della giustizia e della solidarietà. Non si comprende il significato del perdono, dell'accoglienza dell'altro e, meno ancora, del dolore e della morte. In balia di se stessi, gli uomini brancolano nel buio dove sono leciti arroganza, violenza e sopruso.

Fin dalla sua fondazione, nel 1198, la città di Cuneo scelse come sua Patrono san Michele. La diocesi di Cuneo, eretta nel 1817, ottenne come Patrono lo stesso san Michele Arcangelo. Città e diocesi, società civile e comunità ecclesiale hanno in san Michele un comune punto di riferimento ed una condivisa aspirazione: ottenere tramite l'intercessione del nostro Patrono la protezione del Signore e l'aiuto per lottare contro il potere del male.

Pio VII, prigioniero di Napoleone, di passaggio nella nostra città, duecento anni fa, ci ha portato come dono dopo pochi anni l'erezione della nostra diocesi. La memoria di questo Papa mite e coraggioso ci ricorda che anche da prigionieri si può resistere alla prevaricazione del potere, affermare la propria libertà, difendere l'autonomia dell'azione pastorale e salvaguardare i diritti fondamentali dei cristiani.

La nostra città e la nostra diocesi, volgendo lo sguardo al passato, possono elencare una ricca schiera di donne e di uomini onesti e giusti, alcuni noti e molti meno conosciuti, che hanno lottato per la libertà ed una maggiore giustizia, per il buon funzionamento delle istituzioni e per una convivenza pacifica, per opere di carità e di aiuto ai più deboli, per promuovere cultura e sensibilità artistica, per mantenere vivi i valori umani e cristiani, per ravvivare la vita delle nostre parrocchie e formare ad una fede consapevole ed operosa. A tutte queste persone siamo debitori e riconoscenti.

Anche nelle nostre comunità, come altrove, sono numerose le forme del male che umiliano le persone, ne ostacolano la vita, sino a degradarle. I  nomi di questi mali sono tanti: dal poco rispetto della vita propria e altrui, alla diffusa prassi dell'aborto, da precarie situazioni economiche all'intossicamento da droga e da consumismo, come pure egoismi e chiusure che generano indifferenza, sino a trasformarsi talvolta in sfruttamento ed intolleranza delle persone, e altro ancora. Ci sono altri mali che impoveriscono ed ostacolano la convivenza civile: illegalità, inadempienze verso il fisco, corruzione, usura, degrado ambientale, più in generale limitato senso civico e scarso impegno politico, talvolta sprechi e inadeguatezza nelle istituzioni pubbliche e nell'erogazione dei servizi. La qualità di vita delle persone e della società è garantita dal comune impegno per il bene comune, che è il bene di tutti, è lo sviluppo di tutta la persona e di ogni persona.

Celebrare la festa di san Michele impegna tutti noi, ognuno nel suo campo, a combattere contro il drago, ad opporsi ad ogni forze ed espressione del male.

In primo luogo ognuno è chiamato a rivedere il suo comportamento, i suoi stili di vita. Per il cristiano ciò significa conformarsi ai valori evangelici, quali la trasparenza e la sincerità del cuore, la sobrietà, l'amore al prossimo con particolare attenzione agli ultimi ed alle persone in difficoltà, l'accoglienza dell'altro, il rifiuto di ogni forma di violenza e di vendetta, sino al perdono e alla preghiera per i nemici.

Per una società migliore occorre un impegno corale di tutte le istituzioni, civili e religiose, e di tutte le persone di buona volontà, di uomini onesti e coraggiosi. Per questo è necessario che tra le file dei cristiani sorgano aggregazioni, per categorie di persone o per una condivisa sensibilità, capaci di riconoscere inadeguatezza, limite e miserie che affliggono singoli e società, disponibili a prendere la parola e, se necessario, a denunciare, soprattutto impegnati a proporre soluzioni alte "per una società a misura dell'uomo, della sua dignità, della sua vocazione" (Benedetto XVI Caritas in Veritate, 9).

Non possiamo invocare san Michele, che significa "Chi è come Dio", senza fare nostra la logica di Dio e conformare il nostro agire a quello di Dio. Ciò comporta mettere al centro la persona, ogni persona, amarla, curare le sue ferite, promuovere il suo integrale sviluppo.

Come ci ricorda la recente Enciclica di Benedetto XVI, Caritas in Veritate, al primo posto non può essere l'interesse economico, ma l'uomo. Papa Benedetto, citando Paolo VI, conferma: "Ciò che conta per noi è l'uomo, ogni uomo, ogni gruppo di uomini, fino a comprendere l'umanità tutta intera" (n. 18). Di qui una economia ispirata dall'etica, dalla giustizia, dalla solidarietà e fraternità.

Nella logica di Dio, il Papa afferma con forza che "la carità eccede la giustizia, perché amare è donare, offrire del mio all'altro… Non posso 'donare' all'altro del mio, senza avergli dato in primo luogo ciò che gli compete per giustizia… La giustizia è inseparabile dalla carità, è la prima via della carità" (n.6).
Nello stesso tempo, il Papa ci avverte che non basta operare, ma occorre muoversi con consapevolezza e con carità: "Il fare è cieco senza il sapere e il sapere è sterile senza l'amore" (Caritas in Veritate, 30).

Che san Michele ispiri le nostre azioni: ci sproni ad amare l'uomo per amare Dio, sapendo che solo un vero amore a Dio ci rende capaci di meglio amare e servire l'uomo.

Cuneo, 29 settembre 2009



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