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Giovedì Santo - Messa crismale
Omelia

Un saluto fraterno a tutti i presenti e un abbraccio cordiale al Vescovo Natalino Pescarolo e a tutti i confratelli presbiteri delle nostre due diocesi di Cuneo e di Fossano. Siamo spiritualmente uniti ai nostri sacerdoti ammalati e anziani e siamo vicini, anche se distanti, a tutti i sacerdoti che operano fuori diocesi. Ricordiamo con affetto quanti già partecipano alla liturgia celeste. In questi ultimi mesi abbiamo accompagnato alla Casa del Padre don Giuseppe Giordano, don Bartolomeo Stellino, don Matteo Tanca, don Innocenzo Timossi, don Luca Bertaina, don Romildo Serra e don Gianni Beraudo. La memoria di questi fratelli sacerdoti si fa comunione, preghiera e riconoscenza.

Diamo un fraterno benvenuto al seminarista Luca Lanave, accompagnato dai famigliari. Siamo particolarmente lieti per la sua ammissione agli Ordini sacri. Con te, Luca, ringraziamo il Signore per questo primo e ufficiale passo verso il sacerdozio. Ti accompagniamo con la preghiera affinché possa presto coronare il progetto del Signore su di te.

La Messa Crismale, che precede il Triduo Pasquale e ad esso ci introduce, ha un particolare significato salvifico ed ecclesiale. Il Crisma che è consacrato e gli Olii che vengono benedetti rinviano all'azione di Gesù, l'Unto del Padre. Attraverso le diverse unzioni fatte dalla Chiesa e rese efficaci dallo Spirito Santo, il Cristo risorto risana le nostre ferite e ci libera dal potere del male, ci protegge e ci sostiene nel nostro cammino, ci da la forza per vincere le nostre passioni e allontanarci da ciò che è contingente ed effimero, ci rinnova e ci rende sempre più conformi a Lui.

La parola del profeta Isaia e il vangelo di Luca pongono al centro l'umanità con le sue molteplici fragilità, infermità e umiliazioni: poveri e oppressi, ciechi fisici e spirituali, schiavi e prigionieri, delusi ed afflitti. A tutti il Signore offre la sua Parola di vita e porge la sua mano per cambiare "l'abito da lutto" in un "canto di lode" (Is 61,3) e proclamare che la grazia di Dio, cioè la sua benevolenza e la sua azione risanatrice sono all'opera (Lc 4,19).

Unti dallo Spirito Santo e rigenerati a vita nuova, tutti i battezzati sono fatti da Gesù Cristo "sacerdoti per il suo Dio" (Ap 1,6). Tutti i discepoli di Cristo sono partecipi del suo sacerdozio. Liberati dai nostri peccati e santificati con il Battesimo, laici, religiosi e sacerdoti siamo ministri di Dio: siamo chiamati ad essere annunciatori della misericordia infinita del Padre; ci adoperiamo ad essere vicini ad ogni persona e solidali con i feriti, i più deboli, gli ultimi; siamo al servizio della liberazione integrale dell'uomo per sollevarlo da ogni schiavitù, per offrire il vero senso della sua vita e la speranza in un di più, per favorire il suo incontro con l'amore di Dio.

Nel Giovedì Santo la concelebrazione di tutto il nostro presbiterio si veste di un significato particolare: facciamo memoria dell'imposizione delle mani nel giorno della nostra ordinazione; lodiamo il Signore per il dono ricevuto e ringraziamo Dio per il servizio pastorale svolto con generosità nelle nostre comunità, ma anche per l'aiuto e la collaborazione dei fedeli; siamo invitati a ripensare il nostro ministero per meglio vivere la missione che ci è stata affidata.

Il sacerdozio ministeriale, distinto da quello comune di tutti i battezzati, ci rende maggiormente partecipi del ministero di Cristo: non ci fa superiori ma più solidali con i nostri fedeli, non ci pone in una posizione di potere ma di maggior servizio.

In questo anno sacerdotale è maggiormente doveroso interrogarci su chi siamo e come viviamo il nostro sacerdozio: a quale compito il Signore ci chiama e qual è la nostra risposta alle giuste attese dei fedeli. Possiamo richiamare alcuni tratti fondamentali, anche se non esaustivi, della nostra missione sacerdotale.
1. Il sacerdote è uomo di Dio.  Nei monasteri benedettini talvolta si trova l'immagine di san Benedetto con la scritta 'vir Dei', uomo di Dio. Anche il sacerdote è tale perché eletto e amato da Dio, perché è amico e contemplativo di Dio, perché sa parlare a Dio degli uomini e farsi interprete presso il Signore delle loro sofferenze, difficoltà e miserie. Ce lo ricorda con un'espressione semplice ed efficace sant'Agostino: "Talvolta più che parlare di Dio ai nuovi credenti occorre parlare a Dio di loro" (De catechizandis rudibus XIII, 18).

Il sacerdote, inoltre, è uomo di Dio perché con la sua fede, la sua carità evangelica e la sua trasparenza spirituale sa rinviare a Dio e ai valori alti del Vangelo. Noi non siamo dispensatori del sacro, né di esperienze religiose appaganti, ma testimoni eloquenti e credibili di Dio. Abilità organizzativa, facilità di relazioni, capacità intellettiva e altre doti sono qualità utili ed apprezzabili. In un tempo come il nostro di smarrimento esistenziale, di dubbio religioso e di appannamento della fede gli uomini hanno bisogno di veri credenti. In primo luogo a noi è chiesto di dire Dio con la nostra vita. Oltre 50 anni fa scriveva Vivarelli: "Il varco che noi possiamo aprire per i nostri fratelli verso la fede è uno solo: che possano toccare la realtà di un cristiano. Quando gli uomini, su tutte le strade, inciamperanno in un autentico e completo credente, finiranno per incamminarsi verso Dio". A migliaia sono accorsi da tutta la Francia ad Ars perché là c'era un uomo di Dio.

Se è importante domandarci, come pastori, che cosa devo dire, che cosa devo fare, è primario chiederci chi sono e se la mia vita di sacerdote avvicina a Dio o lascia indifferenti. Per questo siamo tutti invitati ad interrogarci sullo spazio dato all'ascolto della Parola di Dio, sul respiro che ha la nostra preghiera personale e liturgica, sul nostro impegno di santità, che ha come centro e sorgente Cristo. Ce lo ricorda san Paolo: "Sono stato afferrato da Cristo… Per me vivere è Cristo, morire un guadagno" (Fil 1,21; 3,12).

2. Il sacerdote è mediatore dell'incontro fra Dio e l'uomo. Sappiamo che l'unico mediatore di salvezza è Cristo. Noi pure svolgiamo un'azione mediatrice nella collaborazione con Dio, nel servizio al Vangelo, nel farci annunciatori della sua misericordia.

Come collaboratori di Dio siamo chiamati a riconoscere il primato dell'azione di Dio e a rispettare i suoi tempi. Collaborare con Dio, però, significa anche condividere la sua economia di salvezza. Ciò vuol dire amare tutti gli uomini e prendere a cuore la loro piena ed autentica crescita: guarire le ferite del corpo e dello spirito, spezzare le catene dell'ingiustizia e dell'oppressione, liberare dalla paura, dall'egoismo, dalla colpa, illuminare le menti e aiutare le persone a scoprire la loro profonda e definitiva vocazione. Richiamandoci alla Lettera agli Ebrei, possiamo affermare che, come Cristo, ogni sacerdote è chiamato a "prendere parte alle debolezze umane… è in grado di sentire giusta compassione per quelli che sono nell'ignoranza e nell'errore" ( Eb 4,15; 5, 2).

Mediatori della Parola di Dio, il servizio al Vangelo ci impegna primariamente ad annunciare l'amore di Dio: gratuito, paziente, fedele. Nello stesso tempo con la nostra predicazione siamo chiamati non solo a trasmettere l'autentica Parola di Dio, ma soprattutto a suscitare un incontro con il Signore: un dialogo che si fa ascolto, preghiera, risposta al suo invito.

Come testimoni della misericordia di Dio la nostra mediazione si traduce non solo in disponibilità e cura del sacramento della riconciliazione, ma anche nel ministero dell'accoglienza e della comprensione per offrire fiducia e infondere serenità, per aiutare il fratello, la sorella a trovare soluzioni oneste ma fattibili. Esemplare è il comportamento di Paolo: "Mi sono fatto debole con i deboli per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto per tutti per salvare ad ogni costo qualcuno" (1 Cor 9,22). Prima di essere censori o giudici noi siamo padri. Esemplare è l'atteggiamento comprensivo e paterno del Curato d'Ars: "Chi veniva al suo confessionale attratto da un intimo e umile bisogno del perdono di Dio, scrive papa Benedetto, trovava in lui l'incoraggiamento ad immergersi nel 'torrente della divina misericordia' che trascina via tutto nel suo impeto. E se qualcuno era afflitto al pensiero della propria debolezza e incostanza, timoroso di future ricadute, il Curato gli rivelava il segreto di Dio con un'espressione di toccante bellezza: 'Il buon Dio sa tutto. Prima ancora che voi vi confessiate, sa già che peccherete ancora e tuttavia vi perdona. Come è grande l'amore del nostro Dio che si spinge fino a dimenticare volontariamente l'avvenire, pur di perdonarci!'" (Benedetto XVI, Lettera per l'indizione dell'Anno sacerdotale).

3. Il sacerdote è amante della verità. Noi non siamo i detentori assoluti della verità, ma servitori. Da ciò la nostra paziente e costante ricerca della verità con Dio, con la sua Parola, con noi stessi e con gli altri.

Anzitutto occorre interrogarci sulla verità del nostro rapporto con Dio: quanto è sincero, filiale, coraggioso nel riconoscere inadempienze e compromessi. Con il salmista vogliamo dire: "Il tuo volto io cerco, o Signore. Tu sei il mio rifugio, il mio sostegno, la mia salvezza" (Sl 26).

C'è poi il servizio alla verità nella trasmissione della Parola di Dio: un annuncio fatto con "parresìa", cioè con libertà, coraggio e franchezza. Nella lettera ai Tessalonicesi Paolo scrive che nella sua predicazione del Vangelo non ha cercato né il piacere degli uomini, né interessi personali (Cfr 1 Ts 2,2-5). Alla comunità di Corinto può attestare: "Noi non siamo come quelli che fanno mercato della Parola di Dio, ma parliamo di Cristo con sincerità e mossi da Dio" (2 Cor 2,17). Aggiunge: "Noi non annunciamo noi stessi, ma Cristo Signore" (2 Cor 4,5). Veniamo meno al ministero della Parola quando la nostra predicazione privilegia aspetti parziali, moraleggianti o devozionali, quando da spazio a interpretazioni soggettive o estemporanee, con il rischio di annunciare noi stessi e non il Vangelo.

Esiste, inoltre, la verità con noi stessi. È il coraggio di accettarci come siamo, senza autosufficienza né disistima. È la sincerità con la quale riconosciamo le nostre debolezze, i nostri difetti, le nostre infedeltà. Un essenziale passo verso la conversione è un veritiero esame della nostra vita: l'amore a Dio e ai fratelli, la fedeltà al celibato e alla preghiera, la qualità del nostro aggiornamento teologico e pastorale, ma anche l'uso del denaro e del nostro tempo, il nostro rapporto con il fisco, e così via.

Infine la verità verso gli altri chiama in causa non solo la nostra stima e rispetto delle persone, delle loro idee, ma anche la nostra relazione improntata a trasparenza, a sincerità e a schiettezza. Talvolta è facile giudicare, condannare, persino cadere nella maldicenza. Un veritiero rapporto cristiano da spazio alla comprensione, si fa dialogo franco, diventa correzione fraterna.

4. Il sacerdote è operatore di comunione. Ordinati presbiteri e incardinati in una diocesi, la nostra primaria appartenenza è alla Chiesa particolare e al Presbiterio diocesano. La comunione dei presbiteri nella Chiesa particolare suppone accoglienza e valorizzazione di tutte le forze religiose e laicali; diventa condivisione di un comune piano pastorale, lavoro in rete, scambi di esperienza; si traduce anche in partecipazione a giornate spirituali, a particolari celebrazioni liturgiche della diocesi, a proposte di studio e di aggiornamento.

Con i confratelli la comunione ha bisogno di incontri spirituali, ma anche umani e conviviali, si fa amicizia, confronto, apprezzamento vicendevole, si esprime in un reciproco aiuto pastorale e spirituale, sino a tradursi talvolta in forme di vita comune.

Il luogo ordinario dove il sacerdote è chiamato ad essere operatore di comunione è la propria parrocchia, per renderla una famiglia, una comunità di fratelli. Il servizio alla comunione si traduce in molteplici modi e vie: vicinanza e accoglienza delle persone, riconciliazione tra le famiglie, promozione di un vicendevole sostegno spirituale e della solidarietà verso i deboli e gli ultimi, formazione alla partecipazione e alla corresponsabilità nella vita parrocchiale che hanno il loro fondamento nell'approfondimento della Parola e nella celebrazione eucaristica. La comunione è un traguardo mai pienamente raggiunto. Richiede non solo dedizione, ma grande pazienza che per santa Caterina da Siena è "il midollo della carità".

Quando Giovanni Maria Vianney fu inviato parroco, si sentì dire dal suo Vescovo: "Non c'è molto amore di Dio in quella parrocchia, voi ce lo metterete". In sintesi questa è la nostra singolare e straordinaria missione: testimoniare e far crescere l'amore a Dio e l'amore ai fratelli nelle nostre comunità.



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