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Pasqua 2010
Messaggio

PASQUA: MANI CHE PARLANO

Volano le parole. Sovente eccessive o inutili. Parlano gli occhi, il volto, i silenzi della persona. Un messaggio che trasuda di sentimenti, domande, attese. Comunicano le mani. Il gesto semplice e repentino di afferrare, di stringere del bambino. La carezza rassicurante della madre. Il calore di una stretta di mano. Lo scambio di cuori in quel camminare mano nella mano di due innamorati. La fatica di mani callose e stanche. Il grido disperato o implorante di mani alzate. Innumerevoli e diverse sono le parole delle mani. Sono parole da leggere e da interpretare, da ascoltare e vagliare.
Chi guarda con gli occhi della fede la Pasqua riconosce la mano nascosta e invisibile di Dio, Padre di Gesù e degli uomini. Nella morte e risurrezione di Cristo Dio costruisce ciò che era distrutto. Annulla le distanze tra cielo e terra. Abbatte le divisioni tra gli uomini. Rischiara la notte del lutto. Cambia il pianto in gioia. Trasforma la tomba in un grembo materno.
L'evento pasquale rivela così il volto di Dio e ci aiuta a rileggere la sua presenza solerte e instancabile nella storia. Alla sua mano creatrice appartiene l'universo. Noi stessi, dice il profeta rivolgendosi a Dio, "siamo opera delle sue mani" (Is 64,7). Con mano potente il Signore ha liberato il suo popolo dalla schiavitù. Per Osea Dio ci tiene per mano e ci solleva come un bimbo alla sua guancia (Os 11,3-4). Egli è un Padre che gioisce del ritorno del figlio dissoluto, gli corre incontro e, commosso, lo abbraccia (Lc 15,20). Mani robuste e potenti quelle di Dio. Mani affidabili alle quali, come Gesù sulla croce, possiamo consegnare la nostra vita. Mani aperte ad una infinita tenerezza e misericordia.
La mano invisibile di Dio si rende visibile nelle mani del Risorto. Il giorno di Pasqua Gesù si presentò ai discepoli riuniti a porte chiuse e "mostrò loro le mani" (Gv 20,20). Ripeterà lo stesso gesto otto giorni dopo, rivolgendosi all'incredulo Tommaso: "Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani" (Gv 20,27). Parlano le mani trafitte del Crocifisso Risorto. Esse dicono patimenti subiti, il suo amore sconfinato, la sconfitta della morte, la fedeltà di Dio.
Le stesse mani del Risorto sono attive e operose. La sera di Pasqua, ospitato dai due discepoli di Emmaus, Gesù si mise a tavola con loro, "prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro" (Lc 24,30). Sono mani che ripetono il gesto dell'ultima cena, che si alzano a Dio per noi ogni volta che celebriamo l'eucaristia, che continuano a spezzare il pane di vita per nutrirci e per invitarci alla condivisione.
La mani del Crocifisso Risorto sono le stesse mani di Gesù che passò fra la sua gente facendo del bene. Impose le mani agli ammalati e li guarì. Benedì i bambini, ma anche i cinque pani e i due pesci. Prese la mano della fanciulla e la alzò dal suo letto di morte. Stese la sua mano ed afferrò Pietro travolto dalle onde. Si chinò a lavare i piedi degli apostoli. Scrisse per terra parole sconosciute che sulla sua bocca si tradussero in perdono alla peccatrice: "Neanche io ti condanno" (Gv 8,11). Immagine visibile del Padre, quelle di Gesù sono mani che curano le ferite, servono, nutrono, sollevano, aprono alla speranza, danno vita.
Dio ha affidato alle mani operose degli uomini la custodia del creato, l'equa distribuzione dei beni della terra, la promozione della giustizia e della pace, lo sviluppo di una convivenza umana, dove ogni persona, a partire dai più deboli, sia rispettata nella sua dignità e nei suoi diritti fondamentali. Il Signore risorto non ha altre mani che le nostre mani per curare le ferite, per abbattere i muri della divisione e dell'intolleranza, per servire i fratelli, per spezzare il pane della solidarietà.
Celebrare la Pasqua è interrogarci se le mani, nostre e degli altri, costruiscono o distruggono, sono mani di risurrezione oppure del venerdì santo, dove l'indifferenza si fa connivenza e lascia spazio a risentimenti, a prepotenze, o a sopruso degli indifesi.
Chi guarda con il cuore le mani degli uomini sa scorgere ciò che gli occhi non vedono o preferiscono ignorare. Riconosce silenziose domande e attese. Apprezza dedizione e nascoste generosità. È capace di indignazione e di coraggiosa opposizione alle mani che pescano nel torbido, seminano veleni e divisioni, umiliano le persone, si avvantaggiano con speculazione, inganno e frode.
Anche le mani degli uomini parlano. Il rischio è "ascoltarle" con indifferenza. Non meno grave è la superficialità di chi scorge il fumo e non scopre il fuoco. L'espressione di Leon Bloy, anche se netta e un po' mordace, può farci pensare: "Imbecille è la persona che, a chi con il dito gli indica la luna, osserva il dito".
Vivere la Pasqua è guardare con fiducia alle mani infaticabili del Risorto che continua ad operare nel cuore degli uomini. Egli non abbandona il lavoro iniziato. Fare Pasqua è anche interrogarci sul "linguaggio" delle nostre mani, lasciando echeggiare la voce del salmista: "Chi potrà salire sul monte del Signore e stare nel luogo santo? Chi ha mani innocenti e cuore puro" (Sl 24,3-4). Mani, dunque, oneste, trasparenti, generose, mani di risurrezione perché sanno offrire sollievo e speranza. Il mio augurio è che possiamo, aiutandoci vicendevolmente, rispondere all'impegnativa richiesta del Signore: "Nessuno si presenti a me a mani vuote" (Es 34,20). Allora sarà Pasqua per noi e per i fratelli.

 



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