NEWS DALLA CANCELLERIA

Anno Pastorale 2008/2009

Pasqua 2009
Messaggio

LA GEOGRAFIA DEL CUORE
Attorno a noi ci sono case, strade, campi e tante persone. In questi giorni di cielo terso e
ripulito dal vento il nostro sguardo si alza, stupito, sulle cime innevate e rilucenti che, dalla Bisalta
al Monviso, fanno da corona alla nostra pianura. Distinguiamo, in lontananza, campanili e paesi a
noi familiari. Negli incontri quotidiani di uomini e donne i nostri occhi si posano sulla loro
occupazione, danno un nome a volti noti, talvolta scorgono nei loro silenzi stati d'animo e
interrogativi.
Ognuno di noi ha una "geografia dello spazio" e una "geografia dei cuore". L'espressione si
incontra in Papa Benedetto XVI. In quella dello spazio elenchiamo e disponiamo in ordine
continenti e nazioni, pianure e catene montuose, fiumi e mari, diamo un nome a città, parchi
naturali, zone turistiche, monumenti. Con quella del cuore abitiamo lo spazio geografico, vediamo
volti umani, distinguiamo angosce e speranze. Lo sguardo non si ferma all'apparenza, ai fatti, ai
dati statistici. Legge dentro: cassintegrati, immigrati, anziani, ammalati, divorziati, uomini di tutte le
età e condizioni, non sono numeri ma persone. Ognuna con la sua storia, le sue ferite e
preoccupazioni, colle sue aspirazioni e attese.
Fare Pasqua è andare oltre alla "geografia dello spazio" per lasciare crescere in ciascuno di
noi la "geografia del cuore". Questo "passaggio" si pone in continuità a quello che noi celebriamo
nella solenne Veglia pasquale: dalla schiavitù alla libertà dell'antico popolo di Israele, dalla morte
alla vita con la risurrezione di Gesù, dalla condizione di peccatori alla rinascita con il battesimo.
Sono passaggi che rivelano l'iniziativa di Dio e il suo sì alla nostra vita. Anche l'allargamento in
noi della "geografia del cuore" è primariamente dono del Signore, nello stesso tempo investe la
nostra risposta e collaborazione.
Ogni uomo ha la sua geografia del cuore. Quella del cristiano ha tratti originali e dimensioni
proprie. Essa chiama in causa tutte le potenzialità umane, illuminate dalla Parola del Signore e
sostenute dalla forza dello Spirito: mente e cuore, intelligenza e sentimenti, riflessione e azione,
stupore e valutazione critica, amore per la verità e passione per l'onestà. La festa di Pasqua e il
successivo tempo pasquale illuminano ed orientano la nostra geografia del cuore.
Il Triduo pasquale pone al centro la croce. Come canta la liturgia, essa è "albero fecondo e
glorioso… trono e altare al corpo di Cristo Signore". I due bracci orizzontali della croce rinviano
alla salvezza senza limiti geografici: l'amore di Dio abbraccia tutti gli uomini. L'asta verticale
unisce cielo e terra: con la sua morte Gesù ci ha riconciliati a Dio ed ha aperto il Cielo. Ogni volta
che facciamo il segno della croce entriamo nell'orizzonte del Signore svelato dal mistero della
croce: ricordiamo di essere amati e redenti dal Signore, ci impegniamo ad accogliere ogni uomo
come fratello, confermiamo che "il Signore è vicino a quanti lo cercano con cuore sincero" (Sl 145,
18).
Il sepolcro vuoto della domenica di Pasqua testimonia che il Signore è risorto e che Dio ha
vinto la morte. Partecipe di questa vittoria, il cristiano si impegna per la vita: si oppone a tutto ciò
che ostacola, umilia o distrugge l'esistenza umana; opera per la promozione di ogni vita, per la
pace, per una convivenza più giusta e solidale. Egli sa che la vita è un mistero d'amore: "Ci
appartiene quanto più la doniamo… quanto più facciamo dono di noi stessi, del nostro tempo, delle
nostre risorse e qualità per il bene degli altri" (Benedetto XVI, Discorso ai volontari del servizio
civile, 28 marzo 2009).
Il giorno di Pasqua il Risorto appare agli apostoli con le piaghe ai piedi e alle mani. Esse
sono il segno inconfondibile delle sue sofferenze e del suo amore. Non si può contemplare il
Crocifisso Risorto ed ignorare le ferite dell'ammalato, affamato, carcerato, immigrato, di chi vive
l'esperienza della separazione o del lutto, di chi ha subito violenze, ha perso il lavoro, è emarginato.
Il Cristo si identifica nel volto dei fratelli sofferenti.
Dopo la risurrezione il Signore Gesù entra nel Cenacolo a porte chiuse: infrange barriere che
sembrano invalicabili. La grazia del Risorto e la forza dello Spirito Santo rendono il cristiano
capace di abbattere i muri della divisione, del sospetto, del pregiudizio, del razzismo, dell'egoismo
e dell'indifferenza. Il nuovo orizzonte del cristiano è il perdono, l'accoglienza, la solidarietà, il
servizio, la gratuità, la verità.
Maria di Màgdala, presso il sepolcro, dopo aver scambiato Gesù con il custode del giardino,
riconosce il Maestro dal suo saluto, dalla sua voce. L'esperienza di Maria testimonia che si conosce
con le orecchie del cuore. Sono esse a definire l'orizzonte del cristiano. I nostri occhi sovente si
fermano all'aspetto esteriore, con il rischio di vedere e non capire. La via ordinaria per riconoscere
l'altro è l'ascolto con il cuore: la sua voce, il suo silenzio, la sua storia, la sua esperienza che, come
tutte, è segnata da luci e ombre, ma è carica di attese, di speranza e di un rinnovato cammino.
È stato scritto che "ciò che fa l'uomo è il suo orizzonte". Per il cristiano, illuminato dalla
fede pasquale, il suo orizzonte ha un'ampiezza sconfinata: egli vive nel tempo, ma è aperto
all'eternità; osserva fatti e vicende umane e ne scorge i segni della presenza del Signore; incontra
uomini e donne che accoglie come fratelli e sorelle; si imbatte in feriti e si fa' loro samaritano;
all'offesa risponde con il perdono; abbatte divisioni, accorcia le distanze con vicini e lontani, sa
ascoltare senza giudicare; lotta per la vita, per una migliore condizione, per la giustizia, per la
liberazione dal male, per il bene comune, di tutti.
La celebrazione della Pasqua è un invito ad allargare il nostro orizzonte, a rivedere la nostra
"geografia del cuore". Essa si nutre e si fa interprete della "geografia del Signore", che "guarda dal
cielo e vede tutti gli uomini" (Sl 33, 13), che "fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni" (Mt 5,
45), ma che "protegge i forestieri, sostiene l'orfano e la vedova" (Sl 146, 9), che per riconciliarci a
sé "non ha risparmiato il proprio Figlio" (Rom 8, 32), che come Padre misericordioso corre incontro
ai suoi figli per perdonarli ed abbracciarli (cfr. Lc 15, 20). Ci può aiutare a vivere la nostra Pasqua il
richiamo di San Teofilo di Antiochia, un Padre del II secolo: "Fammi vedere se gli occhi della tua
mente vedono e le orecchie del tuo cuore ascoltano". A tutti l'augurio di una Pasqua di risurrezione:
con cuore nuovo possiamo amare Dio e i fratelli.
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Prima Domenica di Quaresima
Celebrazione in ringraziamento della liberazione delle nostre sorelle - Omelia

L'inno liturgico della Quaresima in questi giorni ci fa pregare: "Accogli, o Dio pietoso, le preghiere
e le lacrime che il tuo popolo effonde in questo tempo santo" ( Inno dei Vespri). Le lacrime di
trepidazione e di sofferenza di questi ultimi tre mesi si trasformano oggi in un canto di gioia e di
ringraziamento al Signore: le nostre Sorelle, Maria Teresa e Rinuccia, sono nuovamente tra noi,
provate ma libere.
Con il Salmista possiamo dire: "Venite e vedete le opere del Signore… Dio, tu ci hai messi alla
prova, ci hai passati al crogiuolo, come l'argento… ma poi ci hai dato sollievo" (Sal 66, 5.10.12).
"Hai mutato il mio lamento in danza, la mia veste di sacco in abito di gioia, perché io possa cantare
senza posa" (Sal 30, 12-13).
In questa celebrazione eucaristica il canto di lode a Dio delle nostre due Sorelle, dei familiari, della
Comunità del Movimento Contemplativo-Missionario "Charles De Foucauld", della nostra Chiesa
si unisce in coro con quanti hanno condiviso questi mesi di apprensione e di trepidazione, con
coloro che hanno pregato e incessantemente hanno levato le mani al cielo, con le persone che,
appartenenti alle istituzioni civili o alla Chiesa, hanno operato con intelligenza, pazienza e
determinazione per un esito positivo del sequestro. Con tutte queste persone la nostra eucaristia si fa
esperienza di comunione per esprimere la nostra riconoscenza e gratitudine.
Se oggi la nostra celebrazione è primariamente espressione di gioia e di lode per la liberazione
ottenuta, è altresì motivo di ringraziamento al Signore per il significato ecclesiale, religioso e
profetico che racchiude la prova della lunga detenzione delle nostre Sorelle.
I tre mesi di sequestro ci hanno uniti profondamente nella comune condivisione di trepidazioni e
preoccupazioni, di preghiera e di speranza. In forma discreta ma intensa ci siamo sentiti più solidali,
più fratelli, più Chiesa. "Se un membro soffre, scrive san Paolo, tutte le membra soffrono" (1 Cor
12, 26). Questo è ciò che abbiamo vissuto, questa è stata la grazia che abbiamo sperimentato.
Nel tempo di detenzione delle nostre due Sorelle, poi, abbiamo toccato con mano, soprattutto in
certi giorni, la nostra debolezza, l'impotenza, la misura dei nostri limiti dinanzi ad un muro apparso
invalicabile, segnato da un gesto violento, ingiustificato e incomprensibile. Grazie soprattutto alla
testimonianza delle nostre Sorelle, ma anche attraverso quanto tutti abbiamo sperimentato, Dio ha
voluto ricordarci, con le parole dell'Apostolo delle genti, che Egli "ha scelto ciò che nel mondo è
stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti…
perché nessun uomo potesse gloriarsi davanti a Dio" (1 Cor 1, 27.29). Alla luce di questa grande
lezione del Signore siamo invitati a rivedere i criteri di valutazione dei fatti, ma anche a ripensare ai
nostri metri di misura dell'efficienza pastorale. Chi salva è il Signore!
La prova, inoltre, dell'assurda e gratuita violenza subita dalle nostre Sorelle ci apre gli occhi sul
mistero di malvagità che, con i suoi molteplici volti, umilia e avvelena la convivenza della famiglia
umana: soppressioni di vite, aggressioni, stupri, rapine, sfruttamenti, violenze domestiche, ma anche
corruzione, ingiustizia, usura… razzismo. Colpisce l'estensione e l'assurdità di queste forme di
violenza, talvolta dettate da ingiustificati motivi, in alcuni casi da rancore e passione, sovente da
egoismo, da sete di denaro o di potere. Questa non è la civiltà dell'amore, neppure la città
dell'uomo! Questi fatti ci interpellano. Per chi sa leggerli, a loro modo nascondono una profezia che
è appello alla nostra coscienza. Ogni volta che si fa violenza ad una persona viene offesa l'umanità.
Grida il Profeta Isaia: "Sono sazio degli olocausti… Smettete di presentare offerte inutili… Le
vostre mani grondano sangue. Lavatevi, purificatevi… Cessate di fare il male, imparate a fare il
bene, ricercate la giustizia, soccorrete l'oppresso, rendete giustizia all'orfano, difendete la causa
della vedeva" (Is 1, 11.13.16-17). Il mondo nuovo inizia da ciascuno di noi. Tutti, in questo tempo
della Quaresima, siamo invitati ad un rinnovamento interiore: a purificare il cuore, a superare
chiusure ed egoismi, ad abbattere divisioni, intolleranze, ipocrisie. Il diffuso fenomeno della
violenza, poi, compresa quella nostrana, ci obbliga a riflettere da una parte sulla nostra
testimonianza di adulti e dall'altra sull'educazione promossa dalla famiglia, dalla scuola, dalla
Chiesa. Chiamati, inoltre, a costruire un mondo nuovo, dobbiamo interrogarci sulle nostre
responsabilità nel contrastare la violenza e nel rimuovere ingiustizie, intollerabili disuguaglianze,
miseria, che sovente sono il terreno di incubazione o di coltura dei comportamenti devianti, asociali
e violenti.
La Parola di Dio, che è stata proclamata, ci apre ad un orizzonte diverso, ricco di speranza, ad una
storia degli uomini aperta a un nuovo futuro. "Il tempo è compiuto, dice Gesù, e il Regno di Dio è
vicino" (Mc 1,15), cioè è presente, si sta attuando. Questo Regno è la restaurazione di una rinnovata
armonia tra tutti gli uomini. Essa è voluta e promossa dall'alleanza di Dio, è espressa
dall'arcobaleno che abbraccia tutta la terra. Un'alleanza che è una relazione di comunione di Dio
con gli uomini e degli uomini tra di loro. "È un'alleanza, dice il Signore, tra me e voi e tra ogni
essere vivente" (Gen 9,15). Nonostante fatti e segni opposti, noi siamo certi che questo Regno di
comunione tra gli uomini è in via di attuazione per la fedeltà del Signore e per la sua presenza attiva
nella storia degli uomini. "Ecco io, dice Dio, stabilisco la mia alleanza con voi" (Gen 9,9). Si tratta
di una iniziativa gratuita di Dio. E Dio è fedele. La vittoria di Gesù nel deserto contro satana ci
assicura non solo che è possibile vincere le forze del male, ma che Cristo risorto è seduto alla destra
del Padre per imporre la sua signoria su tutte le potenze.
L'accelerazione di questo Regno è legata anche alla nostra risposta. Ci viene indicato il cammino:
"Convertitevi e credete al Vangelo" (Mc 1,15). La conversione significa un nuovo orientamento
della vita: un affidamento fiducioso e incondizionato a Dio; un cambiamento della nostra condotta,
staccandoci dai nostri idoli, compromessi, incoerenze con il Vangelo; la sostituzione dell'arco di
guerra con l'arcobaleno della pace. Ciò significa scelta della non violenza, perdono anche dei
nemici, capacità di rispondere al male con il bene. Con san Francesco siamo invitati a rivolgere la
preghiera che diventa impegno: "Oh Signore, fa' di me uno strumento della tua pace: dov'è odio,
fa' che io porti l'amore; dov'è offesa, ch'io porti il perdono; dov'è discordia, che io porti l'unione;
dov'è disperazione, che io porti la speranza; dove sono le tenebre, che io porti la luce."
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Parole fra continenti 2009
Saluto introduttivo

Un saluto cordiale a tutti, un grazie sincero alla Commissione Giustizia e Pace e ai suoi
collaboratori che con generosità, cura e pazienza hanno lungamente lavorato per preparare questa
IX edizione di "Parole fra continenti". Fin d'ora la mia viva gratitudine a tutti i qualificati relatori
che si alterneranno in questi giorni per dare voce, da diverse angolature, al dolore, alle ferite di cui
soffre il pianeta, nel quale sovente siamo vittime, talvolta conniventi o responsabili.
"Ogni tassello della grande macchina organizzativa -ha scritto don Aldo Benevelli- è andato
in nicchia e siamo pronti". Ora ci troviamo al nastro di partenza. Sono lieto di porgere il mio saluto
all'avvio di questa settimana di incontri, di riflessione e di dibattiti. Mi congratulo per la scelta del
tema: "Il dolore e la consolazione". Il campo di riflessione proposto si coniuga vitalmente con il
cammino che in quest'anno vede la nostra diocesi impegnata ad interrogarsi sulla cittadinanza, vale
a dire sulla nostra partecipazione e responsabilità nella Chiesa e nella società.
Il dolore e la sofferenza connessi alle malattie fisiche e psichiche, ai drammi familiari, alla
povertà e all'ingiustizia troveranno ampi approfondimenti in questi giorni. Sarà l'occasione per
aprire gli occhi sullo sconfinato campo dolente dell'umanità che, talvolta, volentieri non vediamo o
occultiamo. "Ciò che fa l'uomo, è stato scritto, è il suo orizzonte". Contro la tentazione di ripiegarci
su noi stessi, sull'immediato, sulla strada che quotidianamente calpestiamo, in questa settimana
saremo sollecitati a guardare oltre. Più esteso sarà l'orizzonte, più saremo uomini. Siamo tutti
invitati a raccogliere il richiamo di Charles Peguy: "Lasciatevi entrare con coraggio sotto l'arcata
del ponte della notte". Per noi, in questa settimana, si apre l'opportunità di entrare nella "notte" dei
molti volti, vicini e lontani, noti o anonimi, di uomini e di donne feriti, sofferenti, delusi,
dimenticati.
Se il prendere consapevolezza della "notte" è un salto di qualità per l'uomo ed è una prima
forma di solidarietà, tutto ciò resta insufficiente. Opportunamente, in questa settimana, al tema del
dolore è stato associato quello della consolazione. Essa significa fondamentalmente fraterna
vicinanza e fattiva presenza per condividere, sostenere, alleviare. Le modalità della consolazione
sono molte. Ciò che non è ammissibile è restare alla finestra.
Trovo ricca di sapienza la favola dell'alito del leone, che molti conoscono. Un giorno il
leone incrociò un lupo, al quale chiese: "Il mio alito è gradevole o sgradevole?" Il lupo, sicuro di sé,
rispose: "È sgradevole!" Il leone, infuriato, lo sbranò. Alcuni giorni dopo il leone incontrò una
pecora, alla quale rivolse la stessa domanda: "Il mio alito è gradevole o sgradevole?". La pecora,
impaurita, si premurò di rispondere: "È gradevole!" Il leone, compiaciuto, se la divorò. Tempo dopo
il leone si imbatté in una volpe, alla quale pose il solito interrogativo: "Il mio alito è gradevole o
sgradevole?" La volpe, astuta, diede prontamente la risposta: "Sono raffreddata. Non sento nulla!"
Approfittando della momentanea sorpresa del leone, la volpe fuggì lontano.
Il rischio del raffreddore è sempre in agguato. Sovente siamo abili a trovare scuse e via di
fuga dianzi a fatti e a persone che possono crearci imbarazzo e chiamarci in causa. Con
ammirazione apprezzo, in campo ecclesiale e civile della nostra terra, tante persone, molti volontari,
numerose associazioni che, immuni dal raffreddore, si spendono per dare concrete risposte a
sofferenti ed emarginati. È il valore aggiunto che dà qualità alla nostra convivenza!
Il mio augurio è che le parole che ascolteremo in questa aula possano diventare pietre, in
parte trasformarsi in fatti concreti. Resta sempre attuale il detto del cardinal Mercier: "Coloro che
non fanno nulla non sbagliano mai, ma tutta la loro vita è uno sbaglio". Questa frase rimanda al
fondamentale insegnamento di Gesù. Tutti hanno un prossimo, tutti viviamo accanto a persone
prossime, tutti siamo attorniati da vicini. Ciò che conta non è avere un prossimo, ma che io mi
faccia prossimo di qualcuno. Per il cristiano questa è fedeltà al Vangelo.
A tutti l'augurio di buon lavoro.
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Giornata del Seminario
Messaggio

Il 25 gennaio prossimo il Seminario si presenterà alla ribalta della diocesi per parlare di sé, per
richiamare l'attenzione di tutta la nostra Chiesa.
L'annuale Giornata del Seminario è un'occasione di preghiera e di riflessione sulle vocazioni al
sacerdozio, in particolare su quanti sono chiamati a servire la nostra Chiesa come presbiteri o
diaconi permanenti. Attualmente sono in cammino verso l'ordine sacro cinque seminaristi e nove
aspiranti al diaconato permanente.
Alcune delle nostre parrocchie sono prive di una presenza stabile del sacerdote. Per questo cresce il
numero di parroci che devono prendersi cura di più comunità parrocchiali. Diciamo grazie ai nostri
generosi sacerdoti che suppliscono alla carenza del clero, nello stesso tempo va apprezzata la
comprensione dei fedeli di quelle parrocchie dove il servizio del sacerdote è meno esteso rispetto al
passato. La diminuzione delle vocazioni al presbiterato e l'avanzamento negli anni dei sacerdoti
impongono a tutti una riflessione sul ruolo specifico del presbitero, sui possibili compiti che
potranno assolvere in futuro i diaconi permanenti, in particolare sulla responsabilità dei laici nelle
nostre comunità e sul coordinamento del lavoro pastorale di ogni Zona. Tale riflessione, già avviata
con prudenza e responsabilità, contribuirà ad accrescere la nostra appartenenza ecclesiale e a trovare
fruttuose soluzioni di servizio alle nostre parrocchie.
Guardare al Seminario significa interrogarsi sulla promozione delle vocazioni: quelle dei futuri
presbiteri e diaconi diocesani, ma anche quelle del clero religioso, dei missionari, delle religiose. Su
tutti i fronti si registra un calo preoccupante. Sappiamo che la vocazione è un dono del Signore e
che la risposta suppone un idoneo contesto familiare e comunitario, richiede cura, sostegno,
accompagnamento. Per i singoli e per le comunità cristiane sorge il dovere di intensificare la
preghiera, ma anche la necessità di ripensare ad una azione vocazionale rinnovata e più incisiva. Tra
le possibili domande mi permetto di richiamarne alcune. Nell'educazione familiare c'è spazio per
una futura scelta sacerdotale o religiosa? Quali iniziative sono promosse nelle nostre parrocchie per
favorire la nascita di nuove vocazioni? A chi compete la responsabilità di porre esplicitamente ai
nostri ragazzi e giovani la prospettiva di una possibile vocazione sacerdotale o religiosa?
Il nostro Seminario diocesano da anni vede una presenza saltuaria dei seminaristi che vivono la loro
esperienza formativa e teologica nel Seminario Interdiocesano, che ha sede a Fossano. Di fatto il
Seminario diocesano resta una struttura ampiamente valorizzata per incontri, corsi formativi,
esperienze di preghiera per molti laici e operatori pastorali. Accanto a questa preziosa funzione il
nostro Seminario è utilizzato anche per incontri di ragazzi e di adolescenti, ai quali si offre
l'opportunità di una ricerca vocazionale. In questo modo il Seminario rivive, almeno in parte, il suo
originale servizio. Esso dovrà essere incoraggiato e ulteriormente arricchito.
La Giornata del Seminario è per tutti un'opportunità spirituale per sentirci Chiesa diocesana, per
dire grazie ai nostri sacerdoti e alle nostre religiose che dedicano il loro servizio alle nostre
comunità, per interrogarci sulla nostra responsabilità nel promuovere e sostenere le vocazioni.
Insieme alla preghiera sono certo che non mancherà l'aiuto materiale per sostenere le gravose spese
sia di ristrutturazione e sia del suo ordinario funzionamento. L'aiuto al Seminario assicura a questa
istituzione di assolvere ad una vitale funzione pastorale ed educativa. Ciò significa futuro per le
nostre parrocchie, per i nostri operatori pastorali. L'amore al Seminario è amore alla nostra Chiesa.
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Auguri di Monsignor Vescovo
Una luce si diffonde nella notte

Nessuno aveva le mani vuote. Ognuno portava qualche frutto della terra. Mi colpiva la statua del cieco: anch'egli era sulla strada. In cammino, si accontentava di vedere con gli occhi del compagno, in attesa, giunto alla grotta, di riacquistare la vista. C'era pure un mendicante con abiti laceri. Non portava nulla, né stendeva la mano. Anch'egli era rivolto alla grotta con le braccia alzate. Era certo che gli occhi di quel Bambino si sarebbero posati su di lui, anche se quelli degli uomini si erano stancati di vederlo.

 

Non mancava mai il castello di Erode. Ogni anno era diversamente dislocato, sempre in un luogo solitario. Fiero e arrogante, faceva bella mostra di sé. Imponente come una fortezza, si ergeva su un dirupo, inaccessibile. Nessuna strada portava a valle, nessun sentiero incrociava il cammino di chi si dirigeva alla grotta. Isolato, con porte e finestre chiuse, appariva senza vita, cupamente illuminato dall'interno. Eppure la luce del Natale era apparsa anche per gli inquilini del castello. Bastava affacciarsi. Non era necessario vedere subito la luce di quella piccola capanna. Era sufficiente accorgersi che qualcosa di nuovo muoveva l'attenzione e i passi di tante persone comuni e semplici.

 

A me piace quella capanna, modesta, spoglia, ma centro di attrazione. Sempre uguale, sempre la medesima, sempre con le stesse sue statuine: l'asino e il bue, Maria e Giuseppe. Tutti immobili, stavano raccolti in un silenzioso stupore dinanzi al Bambino Gesù che, fragile e impotente, era adagiato seminudo sulla paglia con le braccia aperte. Il parroco ci spiegava: "Gesù è venuto per abbracciare tutti gli uomini". La nostra mamma catechista aggiungeva la sua versione: "Vedete quelle braccia distese e protese in avanti? Gesù vuole essere preso in braccio da ognuno di voi". Due letture, diverse e complementari.

 

Il Signore Gesù viene a Natale. Discreto e silenzioso viene ogni giorno. Come ci ricorda la Chiesa, egli viene incontro a noi in ogni uomo e in ogni tempo, per assumere la nostra debolezza, per illuminare il nostro cammino, per innalzarci a dignità perenne, per sollevare tutto il creato dalla sua caduta. Come a Zaccheo, Gesù ripete a ciascuno di noi: "Oggi devo fermarmi a casa tua" (Lc 19,5).

 

L'accoglienza di questo Bambino sarà un'ospitalità ampiamente ripagata. Il mio augurio è di non mancare al suo appuntamento: in famiglia, nella fatica e difficoltà di ogni giorno, nel nostro dubbio e sconforto, nella nebbia che talora avvolge persone e cose, negli uomini che quotidianamente incontriamo sul nostro cammino. Talvolta, come il cieco del presepio, sarà sufficiente fidarci della luce scorsa da chi ci sta accanto. In certi giorni occorre metterci nei panni del povero che alza le mani. Il Signore ha buona vista! Importante è avere gli occhi aperti, spalancare il cuore e guardare fiduciosi quel Bambino nato a Betlemme. Egli viene ancora. Silenzioso e semplice egli prende anche il volto dei piccoli, degli esclusi, degli ultimi. Fare Natale è guardare nella direzione della luce, mettersi in cammino e, possibilmente, presentarci non a mani vuote al Signore, ai fratelli. "Bisognerà che mai dimentichiamo la strada del presepio, scriveva don Primo Mazzolari, se il mondo vorrà avere ancora uomini liberi, uomini giusti, uomini che sentono la fraternità".

 

A tutti buon Natale con affetto e con fraterna vicinanza.

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Nota Pastorale 2008/2009
Vivere insieme nella Chiesa e nella società

Alle comunità cristiane e agli operatori pastorali: presbiteri, religiose e fedeli laici

NOTA PASTORALE

Orientamenti e proposte per l'anno 2008-2009

 

INTRODUZIONE
L'incontro di Gesù con Zaccheo fu l'icona che accompagnò la riflessione del Sinodo diocesano, che si è concluso 10 anni fa. Essa resta attuale e illumina il cammino pastorale della nostra Chiesa. "Oggi devo fermarmi a casa tua"(Lc 19, 5) ha detto Gesù a Zaccheo e ripete ancora a noi. La nostra casa, nella quale quest'anno siamo chiamati ad accogliere il Signore, ha due nomi: la grande famiglia dei figli di Dio, eletti e convocati dal Signore per formare la sua Chiesa, e l'intera famiglia degli uomini, tutti figli amati da Dio. Come cristiani siamo cittadini di entrambe le famiglie.
"Ciò che ci precede", ciò che ci è stato trasmesso, "ci permette di esistere". A coloro che furono prima di noi dobbiamo non solo la nascita, il nome, beni materiali e istituzioni, cultura e valori, ma anche la fede cristiana, convincimenti religiosi e morali. A questa "tradizione-comunicazione", riferita alla fede e ai valori cristiani, è stata rivolta l'attenzione nell'anno pastorale appena concluso. A sua volta "ciò che è tra noi" ci consente di "essere quello che siamo". La nostra qualità di vita dipende da quanto sappiamo costruire insieme, condividere, dare e ricevere, sia nelle comunità ecclesiali che in quelle civili. Quest'anno siamo invitati a riflettere e a interrogarci su come "vivere insieme nella Chiesa e nella società".
In primo luogo l'attenzione è rivolta alla Chiesa che, estesa in tutto il mondo, si fa presente nelle nostre comunità locali. Sovente fragili, talvolta povere o piccole, esse sono la casa dove si ferma il Signore. Contro la tentazione di una "privatizzazione" della fede e di un cammino spirituale individuale e solitario, il Signore ci invita a fare strada insieme, con Lui e con i fratelli, per sperimentare la sua vicinanza e il suo amore, per crescere nella nostra consapevolezza e responsabilità cristiana, per essere segno della comunione fraterna e solidale che Dio vuole realizzare fra tutti gli uomini. La partecipazione alla vita ecclesiale è la via ordinaria per incontrarci con Dio e conoscere il suo volto, essere rigenerati a vita nuova e sviluppare rapporti filiali con lui.  Per questo, come scrive san Cipriano, "non può avere Dio per padre chi non ha la Chiesa per madre" .
La seconda parte è dedicata alla cittadinanza sociale. Anche noi cristiani, come tutti gli uomini, siamo membri della famiglia umana. Il Signore ci incontra nelle persone che abitano il nostro territorio, così pure in quelle che popolano la terra. Oltre alla responsabilità dovuta alla comune cittadinanza, la nostra adesione a Dio, Creatore e Padre degli uomini, accresce il nostro dovere di collaborare con tutti per costruire una società più giusta e un mondo migliore. L'impegno sociale del cristiano non è solo un doveroso atto di responsabilità, ma anche un dovuto debito di carità, come ci ricorda l'insegnamento sociale della Chiesa: "È indubbiamente un atto di carità l'opera di misericordia con cui si risponde qui e ora ad un bisogno reale e impellente del prossimo, ma è un atto di carità altrettanto indispensabile l'impegno finalizzato ad organizzare e strutturare la società in modo che il prossimo non abbia a trovarsi nella miseria" .
Infine, segue una parte più pastorale nella quale sono offerti orientamenti e proposte, allo scopo di favorire una partecipazione consapevole e fattiva alla vita ecclesiale e sociale. Come Zaccheo, anche per noi accogliere il Signore nella nostra casa significa impegnarci a scelte concrete e coraggiose. Le linee operative tracciate in queste pagine intendono dare unità al cammino pastorale della nostra Chiesa e orientare la programmazione delle nostre comunità locali. Ulteriori integrazioni applicative si incontrano nella proposta diocesana di catechesi per giovani, famiglie, adulti e nella sintesi, in appendice, sulla cittadinanza, nella quale sono raccolte ricche e concrete indicazioni emerse nelle riunioni del Consiglio Presbiterale e Pastorale e nell'Incontro interdiocesano dello scorso giugno.

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