NEWS DALLA CANCELLERIA

Anno Pastorale 2009/2010

Pasqua 2010
Messaggio

PASQUA: MANI CHE PARLANO

Volano le parole. Sovente eccessive o inutili. Parlano gli occhi, il volto, i silenzi della persona. Un messaggio che trasuda di sentimenti, domande, attese. Comunicano le mani. Il gesto semplice e repentino di afferrare, di stringere del bambino. La carezza rassicurante della madre. Il calore di una stretta di mano. Lo scambio di cuori in quel camminare mano nella mano di due innamorati. La fatica di mani callose e stanche. Il grido disperato o implorante di mani alzate. Innumerevoli e diverse sono le parole delle mani. Sono parole da leggere e da interpretare, da ascoltare e vagliare.
Chi guarda con gli occhi della fede la Pasqua riconosce la mano nascosta e invisibile di Dio, Padre di Gesù e degli uomini. Nella morte e risurrezione di Cristo Dio costruisce ciò che era distrutto. Annulla le distanze tra cielo e terra. Abbatte le divisioni tra gli uomini. Rischiara la notte del lutto. Cambia il pianto in gioia. Trasforma la tomba in un grembo materno.
L'evento pasquale rivela così il volto di Dio e ci aiuta a rileggere la sua presenza solerte e instancabile nella storia. Alla sua mano creatrice appartiene l'universo. Noi stessi, dice il profeta rivolgendosi a Dio, "siamo opera delle sue mani" (Is 64,7). Con mano potente il Signore ha liberato il suo popolo dalla schiavitù. Per Osea Dio ci tiene per mano e ci solleva come un bimbo alla sua guancia (Os 11,3-4). Egli è un Padre che gioisce del ritorno del figlio dissoluto, gli corre incontro e, commosso, lo abbraccia (Lc 15,20). Mani robuste e potenti quelle di Dio. Mani affidabili alle quali, come Gesù sulla croce, possiamo consegnare la nostra vita. Mani aperte ad una infinita tenerezza e misericordia.
La mano invisibile di Dio si rende visibile nelle mani del Risorto. Il giorno di Pasqua Gesù si presentò ai discepoli riuniti a porte chiuse e "mostrò loro le mani" (Gv 20,20). Ripeterà lo stesso gesto otto giorni dopo, rivolgendosi all'incredulo Tommaso: "Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani" (Gv 20,27). Parlano le mani trafitte del Crocifisso Risorto. Esse dicono patimenti subiti, il suo amore sconfinato, la sconfitta della morte, la fedeltà di Dio.
Le stesse mani del Risorto sono attive e operose. La sera di Pasqua, ospitato dai due discepoli di Emmaus, Gesù si mise a tavola con loro, "prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro" (Lc 24,30). Sono mani che ripetono il gesto dell'ultima cena, che si alzano a Dio per noi ogni volta che celebriamo l'eucaristia, che continuano a spezzare il pane di vita per nutrirci e per invitarci alla condivisione.
La mani del Crocifisso Risorto sono le stesse mani di Gesù che passò fra la sua gente facendo del bene. Impose le mani agli ammalati e li guarì. Benedì i bambini, ma anche i cinque pani e i due pesci. Prese la mano della fanciulla e la alzò dal suo letto di morte. Stese la sua mano ed afferrò Pietro travolto dalle onde. Si chinò a lavare i piedi degli apostoli. Scrisse per terra parole sconosciute che sulla sua bocca si tradussero in perdono alla peccatrice: "Neanche io ti condanno" (Gv 8,11). Immagine visibile del Padre, quelle di Gesù sono mani che curano le ferite, servono, nutrono, sollevano, aprono alla speranza, danno vita.
Dio ha affidato alle mani operose degli uomini la custodia del creato, l'equa distribuzione dei beni della terra, la promozione della giustizia e della pace, lo sviluppo di una convivenza umana, dove ogni persona, a partire dai più deboli, sia rispettata nella sua dignità e nei suoi diritti fondamentali. Il Signore risorto non ha altre mani che le nostre mani per curare le ferite, per abbattere i muri della divisione e dell'intolleranza, per servire i fratelli, per spezzare il pane della solidarietà.
Celebrare la Pasqua è interrogarci se le mani, nostre e degli altri, costruiscono o distruggono, sono mani di risurrezione oppure del venerdì santo, dove l'indifferenza si fa connivenza e lascia spazio a risentimenti, a prepotenze, o a sopruso degli indifesi.
Chi guarda con il cuore le mani degli uomini sa scorgere ciò che gli occhi non vedono o preferiscono ignorare. Riconosce silenziose domande e attese. Apprezza dedizione e nascoste generosità. È capace di indignazione e di coraggiosa opposizione alle mani che pescano nel torbido, seminano veleni e divisioni, umiliano le persone, si avvantaggiano con speculazione, inganno e frode.
Anche le mani degli uomini parlano. Il rischio è "ascoltarle" con indifferenza. Non meno grave è la superficialità di chi scorge il fumo e non scopre il fuoco. L'espressione di Leon Bloy, anche se netta e un po' mordace, può farci pensare: "Imbecille è la persona che, a chi con il dito gli indica la luna, osserva il dito".
Vivere la Pasqua è guardare con fiducia alle mani infaticabili del Risorto che continua ad operare nel cuore degli uomini. Egli non abbandona il lavoro iniziato. Fare Pasqua è anche interrogarci sul "linguaggio" delle nostre mani, lasciando echeggiare la voce del salmista: "Chi potrà salire sul monte del Signore e stare nel luogo santo? Chi ha mani innocenti e cuore puro" (Sl 24,3-4). Mani, dunque, oneste, trasparenti, generose, mani di risurrezione perché sanno offrire sollievo e speranza. Il mio augurio è che possiamo, aiutandoci vicendevolmente, rispondere all'impegnativa richiesta del Signore: "Nessuno si presenti a me a mani vuote" (Es 34,20). Allora sarà Pasqua per noi e per i fratelli.

 

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Giovedì Santo - Messa crismale
Omelia

Un saluto fraterno a tutti i presenti e un abbraccio cordiale al Vescovo Natalino Pescarolo e a tutti i confratelli presbiteri delle nostre due diocesi di Cuneo e di Fossano. Siamo spiritualmente uniti ai nostri sacerdoti ammalati e anziani e siamo vicini, anche se distanti, a tutti i sacerdoti che operano fuori diocesi. Ricordiamo con affetto quanti già partecipano alla liturgia celeste. In questi ultimi mesi abbiamo accompagnato alla Casa del Padre don Giuseppe Giordano, don Bartolomeo Stellino, don Matteo Tanca, don Innocenzo Timossi, don Luca Bertaina, don Romildo Serra e don Gianni Beraudo. La memoria di questi fratelli sacerdoti si fa comunione, preghiera e riconoscenza.

Diamo un fraterno benvenuto al seminarista Luca Lanave, accompagnato dai famigliari. Siamo particolarmente lieti per la sua ammissione agli Ordini sacri. Con te, Luca, ringraziamo il Signore per questo primo e ufficiale passo verso il sacerdozio. Ti accompagniamo con la preghiera affinché possa presto coronare il progetto del Signore su di te.

La Messa Crismale, che precede il Triduo Pasquale e ad esso ci introduce, ha un particolare significato salvifico ed ecclesiale. Il Crisma che è consacrato e gli Olii che vengono benedetti rinviano all'azione di Gesù, l'Unto del Padre. Attraverso le diverse unzioni fatte dalla Chiesa e rese efficaci dallo Spirito Santo, il Cristo risorto risana le nostre ferite e ci libera dal potere del male, ci protegge e ci sostiene nel nostro cammino, ci da la forza per vincere le nostre passioni e allontanarci da ciò che è contingente ed effimero, ci rinnova e ci rende sempre più conformi a Lui.

La parola del profeta Isaia e il vangelo di Luca pongono al centro l'umanità con le sue molteplici fragilità, infermità e umiliazioni: poveri e oppressi, ciechi fisici e spirituali, schiavi e prigionieri, delusi ed afflitti. A tutti il Signore offre la sua Parola di vita e porge la sua mano per cambiare "l'abito da lutto" in un "canto di lode" (Is 61,3) e proclamare che la grazia di Dio, cioè la sua benevolenza e la sua azione risanatrice sono all'opera (Lc 4,19).

Unti dallo Spirito Santo e rigenerati a vita nuova, tutti i battezzati sono fatti da Gesù Cristo "sacerdoti per il suo Dio" (Ap 1,6). Tutti i discepoli di Cristo sono partecipi del suo sacerdozio. Liberati dai nostri peccati e santificati con il Battesimo, laici, religiosi e sacerdoti siamo ministri di Dio: siamo chiamati ad essere annunciatori della misericordia infinita del Padre; ci adoperiamo ad essere vicini ad ogni persona e solidali con i feriti, i più deboli, gli ultimi; siamo al servizio della liberazione integrale dell'uomo per sollevarlo da ogni schiavitù, per offrire il vero senso della sua vita e la speranza in un di più, per favorire il suo incontro con l'amore di Dio.

Nel Giovedì Santo la concelebrazione di tutto il nostro presbiterio si veste di un significato particolare: facciamo memoria dell'imposizione delle mani nel giorno della nostra ordinazione; lodiamo il Signore per il dono ricevuto e ringraziamo Dio per il servizio pastorale svolto con generosità nelle nostre comunità, ma anche per l'aiuto e la collaborazione dei fedeli; siamo invitati a ripensare il nostro ministero per meglio vivere la missione che ci è stata affidata.

Il sacerdozio ministeriale, distinto da quello comune di tutti i battezzati, ci rende maggiormente partecipi del ministero di Cristo: non ci fa superiori ma più solidali con i nostri fedeli, non ci pone in una posizione di potere ma di maggior servizio.

In questo anno sacerdotale è maggiormente doveroso interrogarci su chi siamo e come viviamo il nostro sacerdozio: a quale compito il Signore ci chiama e qual è la nostra risposta alle giuste attese dei fedeli. Possiamo richiamare alcuni tratti fondamentali, anche se non esaustivi, della nostra missione sacerdotale.
1. Il sacerdote è uomo di Dio.  Nei monasteri benedettini talvolta si trova l'immagine di san Benedetto con la scritta 'vir Dei', uomo di Dio. Anche il sacerdote è tale perché eletto e amato da Dio, perché è amico e contemplativo di Dio, perché sa parlare a Dio degli uomini e farsi interprete presso il Signore delle loro sofferenze, difficoltà e miserie. Ce lo ricorda con un'espressione semplice ed efficace sant'Agostino: "Talvolta più che parlare di Dio ai nuovi credenti occorre parlare a Dio di loro" (De catechizandis rudibus XIII, 18).

Il sacerdote, inoltre, è uomo di Dio perché con la sua fede, la sua carità evangelica e la sua trasparenza spirituale sa rinviare a Dio e ai valori alti del Vangelo. Noi non siamo dispensatori del sacro, né di esperienze religiose appaganti, ma testimoni eloquenti e credibili di Dio. Abilità organizzativa, facilità di relazioni, capacità intellettiva e altre doti sono qualità utili ed apprezzabili. In un tempo come il nostro di smarrimento esistenziale, di dubbio religioso e di appannamento della fede gli uomini hanno bisogno di veri credenti. In primo luogo a noi è chiesto di dire Dio con la nostra vita. Oltre 50 anni fa scriveva Vivarelli: "Il varco che noi possiamo aprire per i nostri fratelli verso la fede è uno solo: che possano toccare la realtà di un cristiano. Quando gli uomini, su tutte le strade, inciamperanno in un autentico e completo credente, finiranno per incamminarsi verso Dio". A migliaia sono accorsi da tutta la Francia ad Ars perché là c'era un uomo di Dio.

Se è importante domandarci, come pastori, che cosa devo dire, che cosa devo fare, è primario chiederci chi sono e se la mia vita di sacerdote avvicina a Dio o lascia indifferenti. Per questo siamo tutti invitati ad interrogarci sullo spazio dato all'ascolto della Parola di Dio, sul respiro che ha la nostra preghiera personale e liturgica, sul nostro impegno di santità, che ha come centro e sorgente Cristo. Ce lo ricorda san Paolo: "Sono stato afferrato da Cristo… Per me vivere è Cristo, morire un guadagno" (Fil 1,21; 3,12).

2. Il sacerdote è mediatore dell'incontro fra Dio e l'uomo. Sappiamo che l'unico mediatore di salvezza è Cristo. Noi pure svolgiamo un'azione mediatrice nella collaborazione con Dio, nel servizio al Vangelo, nel farci annunciatori della sua misericordia.

Come collaboratori di Dio siamo chiamati a riconoscere il primato dell'azione di Dio e a rispettare i suoi tempi. Collaborare con Dio, però, significa anche condividere la sua economia di salvezza. Ciò vuol dire amare tutti gli uomini e prendere a cuore la loro piena ed autentica crescita: guarire le ferite del corpo e dello spirito, spezzare le catene dell'ingiustizia e dell'oppressione, liberare dalla paura, dall'egoismo, dalla colpa, illuminare le menti e aiutare le persone a scoprire la loro profonda e definitiva vocazione. Richiamandoci alla Lettera agli Ebrei, possiamo affermare che, come Cristo, ogni sacerdote è chiamato a "prendere parte alle debolezze umane… è in grado di sentire giusta compassione per quelli che sono nell'ignoranza e nell'errore" ( Eb 4,15; 5, 2).

Mediatori della Parola di Dio, il servizio al Vangelo ci impegna primariamente ad annunciare l'amore di Dio: gratuito, paziente, fedele. Nello stesso tempo con la nostra predicazione siamo chiamati non solo a trasmettere l'autentica Parola di Dio, ma soprattutto a suscitare un incontro con il Signore: un dialogo che si fa ascolto, preghiera, risposta al suo invito.

Come testimoni della misericordia di Dio la nostra mediazione si traduce non solo in disponibilità e cura del sacramento della riconciliazione, ma anche nel ministero dell'accoglienza e della comprensione per offrire fiducia e infondere serenità, per aiutare il fratello, la sorella a trovare soluzioni oneste ma fattibili. Esemplare è il comportamento di Paolo: "Mi sono fatto debole con i deboli per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto per tutti per salvare ad ogni costo qualcuno" (1 Cor 9,22). Prima di essere censori o giudici noi siamo padri. Esemplare è l'atteggiamento comprensivo e paterno del Curato d'Ars: "Chi veniva al suo confessionale attratto da un intimo e umile bisogno del perdono di Dio, scrive papa Benedetto, trovava in lui l'incoraggiamento ad immergersi nel 'torrente della divina misericordia' che trascina via tutto nel suo impeto. E se qualcuno era afflitto al pensiero della propria debolezza e incostanza, timoroso di future ricadute, il Curato gli rivelava il segreto di Dio con un'espressione di toccante bellezza: 'Il buon Dio sa tutto. Prima ancora che voi vi confessiate, sa già che peccherete ancora e tuttavia vi perdona. Come è grande l'amore del nostro Dio che si spinge fino a dimenticare volontariamente l'avvenire, pur di perdonarci!'" (Benedetto XVI, Lettera per l'indizione dell'Anno sacerdotale).

3. Il sacerdote è amante della verità. Noi non siamo i detentori assoluti della verità, ma servitori. Da ciò la nostra paziente e costante ricerca della verità con Dio, con la sua Parola, con noi stessi e con gli altri.

Anzitutto occorre interrogarci sulla verità del nostro rapporto con Dio: quanto è sincero, filiale, coraggioso nel riconoscere inadempienze e compromessi. Con il salmista vogliamo dire: "Il tuo volto io cerco, o Signore. Tu sei il mio rifugio, il mio sostegno, la mia salvezza" (Sl 26).

C'è poi il servizio alla verità nella trasmissione della Parola di Dio: un annuncio fatto con "parresìa", cioè con libertà, coraggio e franchezza. Nella lettera ai Tessalonicesi Paolo scrive che nella sua predicazione del Vangelo non ha cercato né il piacere degli uomini, né interessi personali (Cfr 1 Ts 2,2-5). Alla comunità di Corinto può attestare: "Noi non siamo come quelli che fanno mercato della Parola di Dio, ma parliamo di Cristo con sincerità e mossi da Dio" (2 Cor 2,17). Aggiunge: "Noi non annunciamo noi stessi, ma Cristo Signore" (2 Cor 4,5). Veniamo meno al ministero della Parola quando la nostra predicazione privilegia aspetti parziali, moraleggianti o devozionali, quando da spazio a interpretazioni soggettive o estemporanee, con il rischio di annunciare noi stessi e non il Vangelo.

Esiste, inoltre, la verità con noi stessi. È il coraggio di accettarci come siamo, senza autosufficienza né disistima. È la sincerità con la quale riconosciamo le nostre debolezze, i nostri difetti, le nostre infedeltà. Un essenziale passo verso la conversione è un veritiero esame della nostra vita: l'amore a Dio e ai fratelli, la fedeltà al celibato e alla preghiera, la qualità del nostro aggiornamento teologico e pastorale, ma anche l'uso del denaro e del nostro tempo, il nostro rapporto con il fisco, e così via.

Infine la verità verso gli altri chiama in causa non solo la nostra stima e rispetto delle persone, delle loro idee, ma anche la nostra relazione improntata a trasparenza, a sincerità e a schiettezza. Talvolta è facile giudicare, condannare, persino cadere nella maldicenza. Un veritiero rapporto cristiano da spazio alla comprensione, si fa dialogo franco, diventa correzione fraterna.

4. Il sacerdote è operatore di comunione. Ordinati presbiteri e incardinati in una diocesi, la nostra primaria appartenenza è alla Chiesa particolare e al Presbiterio diocesano. La comunione dei presbiteri nella Chiesa particolare suppone accoglienza e valorizzazione di tutte le forze religiose e laicali; diventa condivisione di un comune piano pastorale, lavoro in rete, scambi di esperienza; si traduce anche in partecipazione a giornate spirituali, a particolari celebrazioni liturgiche della diocesi, a proposte di studio e di aggiornamento.

Con i confratelli la comunione ha bisogno di incontri spirituali, ma anche umani e conviviali, si fa amicizia, confronto, apprezzamento vicendevole, si esprime in un reciproco aiuto pastorale e spirituale, sino a tradursi talvolta in forme di vita comune.

Il luogo ordinario dove il sacerdote è chiamato ad essere operatore di comunione è la propria parrocchia, per renderla una famiglia, una comunità di fratelli. Il servizio alla comunione si traduce in molteplici modi e vie: vicinanza e accoglienza delle persone, riconciliazione tra le famiglie, promozione di un vicendevole sostegno spirituale e della solidarietà verso i deboli e gli ultimi, formazione alla partecipazione e alla corresponsabilità nella vita parrocchiale che hanno il loro fondamento nell'approfondimento della Parola e nella celebrazione eucaristica. La comunione è un traguardo mai pienamente raggiunto. Richiede non solo dedizione, ma grande pazienza che per santa Caterina da Siena è "il midollo della carità".

Quando Giovanni Maria Vianney fu inviato parroco, si sentì dire dal suo Vescovo: "Non c'è molto amore di Dio in quella parrocchia, voi ce lo metterete". In sintesi questa è la nostra singolare e straordinaria missione: testimoniare e far crescere l'amore a Dio e l'amore ai fratelli nelle nostre comunità.

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MESSAGGIO NATALE 2009
Natale a doppio senso

Alcune vie sono a senso unico: si procede in una sola direzione. La maggior parte delle nostre strade, invece, sono a doppio senso di marcia: si percorrono in una direzione e in quella opposta. Qualche cosa di simile è avvenuto ed accade per il Natale: ci si accosta ad esso con diversi sentimenti e si possono scegliere direzioni opposte o convergenti.
 
È successo la prima volta alla nascita di Gesù. Pastori e Magi si avvicinarono con trepidazione e premura alla grotta di Betlemme e fecero ritorno colmi di gioia. Altri manifestarono indifferenza, talvolta diffidenza e paura, se non rifiuto ed opposizione. È noto l'atteggiamento di Erode. Fatemi sapere, disse ai Magi, dov'è nato il re d'Israele, poi anch'io andrò ad incontrarlo e ad adorarlo. La sua "adorazione", come si sa, si consumò in una strage di innocenti. Per difendere potere e privilegi talvolta si calpestano anche i piccoli e le persone indifese!
 
In questi giorni tutti pensano al Natale. Differente è l'attesa, ancora più diversificata è la celebrazione delle feste natalizie. Ci si può lasciar attrarre più dalle luci dei negozi che da quella del presepio. Ci sono coloro che confondono l'attesa di Gesù Salvatore con quella di Babbo Natale. Altri abbandonano la via di Betlemme e preferiscono la strada dei paesi tropicali. Per altri il Natale è principalmente uno scambio di doni, un incontro in famiglia, un tempo di evasione. Per salvaguardare l'aspetto religioso del Natale basterà essere un po' più buoni, allestire il presepio in casa, andare alla Messa di mezzanotte? Più volte in questi giorni rimbalzerà come augurio la parola "Buon Natale". Sarà un saluto convenzionale e innocuo, forse l'espressione di buoni sentimenti, oppure un augurio scomodo ed impegnativo?
 
Per i cristiani il Natale resta una strada a doppio senso, il cui tracciato conduce ad un appuntamento unico che può rinnovare o cambiare la nostra esistenza. Dio "scende" per incontrare gli uomini che, a loro volta, "salgono" per accogliere il Signore della vita. Per questo, ci ricorda san Leone Magno, il Natale "è un mirabile scambio: Dio si è fatto uomo perché l'uomo diventi Dio".
 
Con il Natale celebriamo la nascita del Figlio di Dio. Egli si è fatto uomo per condividere le nostre gioie e fatiche, per illuminare il nostro cammino e guarire le nostre ferite, per metterci in piedi e rendere possibile ogni giorno una nuova nascita: la natività del cuore, di un nuovo cammino, di una rinnovata speranza. Il Signore, ci ricorda il Vangelo, è venuto e viene non per i sani ma per gli ammalati, non per i giusti ma per i peccatori. Il Natale proclama, così, l'iniziativa gratuita di Dio, il suo amore incondizionato all'uomo, la sua instancabile misericordia. È il mistero del Natale: il Figlio di Dio si è fatto figlio dell'uomo per farci figli di Dio.
 
Il nostro cammino verso il Signore può essere incerto, talvolta confuso, persino errato, ma il Signore non cessa di venire. Possiamo dimenticarci di essere figli, ma Dio continua ad essere Padre. Si può persistere nel peccare, ma Dio non si stanca di perdonare. Possiamo essere infedeli, ma Lui resta fedele. Se diciamo di non credere in Dio, Egli non cessa di credere nell'uomo creato a sua immagine. Si può anche chiudere gli occhi, ma il Signore continua ad illuminare. Se rifiutiamo di invocare il suo nome, il Signore non cessa di chiamarci per nome. Possiamo decidere di fare a meno di Dio, ma Egli non si stanca di cercarci, poiché è il Buon Pastore che va in cerca della pecorella che si è allontanata. Paziente e discreto, il Signore bussa alla nostra porta ed attende: Dio ha il tempo, abbastanza tempo, più degli uomini. Per te, per me, per noi è Natale se nella nostra fatica di uomini osiamo affidarci al Signore: "Vieni a visitarci, vieni a salvarci".
 
Il Dio in cui crediamo ha scelto di fare strada con gli uomini. Per questo la via del Natale, percorsa dal Signore, chiede anche a noi di camminare con i nostri fratelli. Ancora una volta il Natale è una strada a doppio senso, quella del dare e quella del ricevere.
 
La strada del dare ha nomi concreti ed impegnativi: giustizia, solidarietà, fraternità. Si chiama anzitutto giustizia: dare a ciascuno il suo. Prende il volto della solidarietà: condividere quello che abbiamo. Diventa fraternità: riconoscere e amare l'altro, ogni altro, come fratello. Intolleranza, discriminazione, razzismo portano lontano dal Natale e dalla logica di Dio. Non sono comportamenti cristiani. Anche oggi Gesù ci ripete: "Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri" (Gv 13,35).
 
Camminare verso Betlemme è incontrare Gesù dove oggi egli nasce e vive tra la gente, soprattutto nel bisognoso, nell'emarginato, in chi è solo e infelice. È ciò che canta il Prefazio dell'Avvento: "Ora il Cristo tuo Figlio viene incontro a noi in ogni uomo e in ogni tempo". Con ragione Tonino Bello scrive: "L'importante è muoversi. E se invece di un Dio glorioso, ci imbattiamo nella fragilità di un bambino, non ci venga il dubbio di aver sbagliato percorso. Il volto spaurito degli oppressi, la solitudine degli infelici, l'amarezza di tutti gli uomini della terra, sono il luogo dove egli continua a vivere in clandestinità. A noi il compito di cercarlo".
 
Fare strada insieme non è solo solidarietà e condivisione, ma anche accoglienza. Questa si traduce in ascolto, apprezzamento, capacità di ricevere l'altro per quello che è, che pensa, che sa offrire. Dalle sue convinzioni, dai suoi progetti, dalla sua esperienza, come pure dai suoi interrogativi, dal suo dolore e dai suoi silenzi c'è sempre da imparare, anche se non tutto è condivisibile. Accogliere l'altro è riconoscere ciò che vi è di buono in lui, più ancora è disponibilità a lasciarci arricchire dalla sua presenza e da ciò che ci dona. Se c'è più gioia nel dare che nel ricevere, è più difficile ricevere che donare. Non per nulla l'antico testo della Didaché invita ogni cristiano "ad avere una mano aperta nel dare o l'altra aperta nel ricevere".
 
 Con il Natale Dio Padre ci dona suo Figlio e ci affida i fratelli: essi sono il "regalo" del Signore. Lo scambio natalizio dei doni assume un significato nuovo se diventa incontro con il Figlio di Dio e accoglienza reciproca tra gli uomini: un darsi la mano per crescere e costruire insieme. Buon Natale a tutti con l'augurio di metterci in cammino, con fiducia e coraggio, verso il Signore e verso i fratelli. 
 
Cuneo, 19 dicembre 2009
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SETTEMBRE 2009
Festa in onore di San Michele - Omelia

A tutti il mio cordiale e fraterno saluto nel Signore: al Vescovo Natalino Pescarolo, ai sacerdoti, alle religiose e ai fedeli laici. Il mio ossequio alle autorità civili e militari, ai rappresentanti delle Confraternite e delle associazioni di volontariato. Un augurio particolare alle forze della Polizia di Stato che oggi celebrano la loro festa religiosa.
La solennità del Patrono della città e della diocesi, san Michele, è una singolare opportunità per invocare la benedizione del Signore su noi, sulle nostre famiglie e sulle nostre comunità, per ravvivare la nostra fede e interrogarci sul senso della nostra vita e sulla nostra responsabile appartenenza alla Chiesa e alla società, per rafforzare il comune impegno nel promuovere una convivenza sempre più umana, giusta e solidale nel rispetto della dignità di ogni persona.

Oggi in tutte le chiese si celebra la festa dei santi Arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele. Michele, il cui nome significa "Chi è come Dio", è l'Arcangelo che, secondo il profeta Daniele, protegge il popolo di Dio e che nell'Apocalisse è presentato come il vittorioso combattente che con i suoi angeli lotta contro il drago, cioè Satana, il seduttore del mondo. Gabriele, vale a dire "Forza di Dio", è ricordato nel Vangelo di Luca come "colui che sta al cospetto di Dio" e porta l'annuncio di speranza della nascita del Battista e di Gesù. Infine, l'Arcangelo Raffaele, un nome che significa "Dio che cura", nella Sacra Scrittura è riconosciuto come il guaritore, colui che tramite Tobia ridona la vista al padre Tobi.

Le funzioni dei tre Arcangeli - difendere il popolo, guarire, portare un annuncio di salvezza - esprimono in modo concreto ed eloquente la vicinanza di Dio che interviene nella storia e si prende cura della vita degli uomini: una presenza che è protezione, difesa, liberazione.
L'azione liberatrice, espressa dagli Arcangeli, trova il suo compimento nel Figlio di Dio, il Cristo che ha sconfitto la morte e il potere del male e ha dato piena attuazione alla salvezza e al regno del nostro Dio.

La festa odierna è la conferma che il Dio in cui crediamo non è un "extracomunitario", non è un intruso o un estraneo, né una presenza invadente o marginale, ma è il Dio che fa storia con noi: è un Padre che manifesta la sua potenza con la misericordia e il perdono, è il Pastore che in Cristo Gesù ci difende dai lupi rapaci e si prende cura della pecora ferita, è la fonte della vita che attraverso lo Spirito Santo ci illumina, ci rigenera, ci sostiene nella lotta contro il male, dentro e fuori di noi.

Gesù assicura a Natanaele che il cielo è aperto, che gli angeli di Dio salgono e scendono, che dunque c'è una relazione continua e feconda tra Dio e gli uomini. Ignorare Dio o relegarlo in un angolo della nostra vita significa voler fare a meno del primo e principale Artefice della storia personale, sociale e mondiale. È la tentazione dell'autosufficienza che nasconde, in forma velata o esplicita, un delirio di onnipotenza. Le conseguenze sono rovinose. L'uomo facilmente si prostra dinnanzi ad altri idoli, che sovente hanno il nome di potere e ricchezza. L'orizzonte umano si restringe alla terra, dove ciò che maggiormente conta è la felicità individuale fatta di benessere, di progresso economico, di tornaconto personale. Senza un esplicito riferimento a Dio e alla sua Parola diventa difficile dare un senso alto alla nostra vita e cogliere il significato autentico della libertà. Vengono meno le motivazioni profonde della giustizia e della solidarietà. Non si comprende il significato del perdono, dell'accoglienza dell'altro e, meno ancora, del dolore e della morte. In balia di se stessi, gli uomini brancolano nel buio dove sono leciti arroganza, violenza e sopruso.

Fin dalla sua fondazione, nel 1198, la città di Cuneo scelse come sua Patrono san Michele. La diocesi di Cuneo, eretta nel 1817, ottenne come Patrono lo stesso san Michele Arcangelo. Città e diocesi, società civile e comunità ecclesiale hanno in san Michele un comune punto di riferimento ed una condivisa aspirazione: ottenere tramite l'intercessione del nostro Patrono la protezione del Signore e l'aiuto per lottare contro il potere del male.

Pio VII, prigioniero di Napoleone, di passaggio nella nostra città, duecento anni fa, ci ha portato come dono dopo pochi anni l'erezione della nostra diocesi. La memoria di questo Papa mite e coraggioso ci ricorda che anche da prigionieri si può resistere alla prevaricazione del potere, affermare la propria libertà, difendere l'autonomia dell'azione pastorale e salvaguardare i diritti fondamentali dei cristiani.

La nostra città e la nostra diocesi, volgendo lo sguardo al passato, possono elencare una ricca schiera di donne e di uomini onesti e giusti, alcuni noti e molti meno conosciuti, che hanno lottato per la libertà ed una maggiore giustizia, per il buon funzionamento delle istituzioni e per una convivenza pacifica, per opere di carità e di aiuto ai più deboli, per promuovere cultura e sensibilità artistica, per mantenere vivi i valori umani e cristiani, per ravvivare la vita delle nostre parrocchie e formare ad una fede consapevole ed operosa. A tutte queste persone siamo debitori e riconoscenti.

Anche nelle nostre comunità, come altrove, sono numerose le forme del male che umiliano le persone, ne ostacolano la vita, sino a degradarle. I  nomi di questi mali sono tanti: dal poco rispetto della vita propria e altrui, alla diffusa prassi dell'aborto, da precarie situazioni economiche all'intossicamento da droga e da consumismo, come pure egoismi e chiusure che generano indifferenza, sino a trasformarsi talvolta in sfruttamento ed intolleranza delle persone, e altro ancora. Ci sono altri mali che impoveriscono ed ostacolano la convivenza civile: illegalità, inadempienze verso il fisco, corruzione, usura, degrado ambientale, più in generale limitato senso civico e scarso impegno politico, talvolta sprechi e inadeguatezza nelle istituzioni pubbliche e nell'erogazione dei servizi. La qualità di vita delle persone e della società è garantita dal comune impegno per il bene comune, che è il bene di tutti, è lo sviluppo di tutta la persona e di ogni persona.

Celebrare la festa di san Michele impegna tutti noi, ognuno nel suo campo, a combattere contro il drago, ad opporsi ad ogni forze ed espressione del male.

In primo luogo ognuno è chiamato a rivedere il suo comportamento, i suoi stili di vita. Per il cristiano ciò significa conformarsi ai valori evangelici, quali la trasparenza e la sincerità del cuore, la sobrietà, l'amore al prossimo con particolare attenzione agli ultimi ed alle persone in difficoltà, l'accoglienza dell'altro, il rifiuto di ogni forma di violenza e di vendetta, sino al perdono e alla preghiera per i nemici.

Per una società migliore occorre un impegno corale di tutte le istituzioni, civili e religiose, e di tutte le persone di buona volontà, di uomini onesti e coraggiosi. Per questo è necessario che tra le file dei cristiani sorgano aggregazioni, per categorie di persone o per una condivisa sensibilità, capaci di riconoscere inadeguatezza, limite e miserie che affliggono singoli e società, disponibili a prendere la parola e, se necessario, a denunciare, soprattutto impegnati a proporre soluzioni alte "per una società a misura dell'uomo, della sua dignità, della sua vocazione" (Benedetto XVI Caritas in Veritate, 9).

Non possiamo invocare san Michele, che significa "Chi è come Dio", senza fare nostra la logica di Dio e conformare il nostro agire a quello di Dio. Ciò comporta mettere al centro la persona, ogni persona, amarla, curare le sue ferite, promuovere il suo integrale sviluppo.

Come ci ricorda la recente Enciclica di Benedetto XVI, Caritas in Veritate, al primo posto non può essere l'interesse economico, ma l'uomo. Papa Benedetto, citando Paolo VI, conferma: "Ciò che conta per noi è l'uomo, ogni uomo, ogni gruppo di uomini, fino a comprendere l'umanità tutta intera" (n. 18). Di qui una economia ispirata dall'etica, dalla giustizia, dalla solidarietà e fraternità.

Nella logica di Dio, il Papa afferma con forza che "la carità eccede la giustizia, perché amare è donare, offrire del mio all'altro… Non posso 'donare' all'altro del mio, senza avergli dato in primo luogo ciò che gli compete per giustizia… La giustizia è inseparabile dalla carità, è la prima via della carità" (n.6).
Nello stesso tempo, il Papa ci avverte che non basta operare, ma occorre muoversi con consapevolezza e con carità: "Il fare è cieco senza il sapere e il sapere è sterile senza l'amore" (Caritas in Veritate, 30).

Che san Michele ispiri le nostre azioni: ci sproni ad amare l'uomo per amare Dio, sapendo che solo un vero amore a Dio ci rende capaci di meglio amare e servire l'uomo.

Cuneo, 29 settembre 2009

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Ordinazione Sacerdotale di don Alberto Aimar
Omelia

Un saluto cordiale e fraterno a tutti i presenti, al vescovo Natalino Pescarolo, ai confratelli sacerdoti, alle religiose, ai numerosi fedeli, agli amici giovani e meno giovani che don Alberto ha incontrato nella sua parrocchia d'origine, San Pietro del Gallo, nell'esperienza di lavoro, nel cammino spirituale, nelle parrocchie di Madonna delle Grazie e di San Bartolomeo in Boves, dove ha vissuto le prime esperienze pastorali.

Un saluto particolare alla mamma, ai familiari ed ai parenti che vedono la loro famiglia benedetta da Dio con il dono di un nuovo sacerdote, al quale idealmente il compianto don Giuseppe Giordano passa il testimone.

Oggi la nostra Chiesa che è in Cuneo, dopo l'esperienza di lutto per la morte di don Luca Bertaina, che nella preghiera e con la speranza cristiana abbiamo affidato alla misericordia del Padre, ora sperimenta un evento di gioia e di esultanza: nello stesso tempo in cui Dio ha chiamato a sé il nostro confratello Luca, dona alla nostra Chiesa un nuovo sacerdote. La nostra gratitudine al Signore diventa preghiera, affinché nella sua bontà faccia germogliare nuove vocazioni e non permetta che la nostra Chiesa sia priva di buoni pastori.

Ed ora un abbraccio fraterno a te, Alberto, che oggi con l'imposizione delle mani e la preghiera di ordinazione diventerai sacerdote per sempre. Nel tuo esteso e paziente cammino di discernimento hai continuato a cercare il disegno di Dio su di te, ti sei fidato del Signore, hai rivisto e corretto il tuo iniziale progetto di vita, con fiducia e generosità hai fatto spazio alla imprevedibilità del Signore che anche a te ha rivolto il suo invito: "Tu seguimi. Ti farò pescatore di uomini" (Lc 5,10).

Insieme lodiamo Dio che ti ha chiamato per nome e ti ha scelto per un pieno servizio ai fratelli e alla Chiesa. Con te, Alberto, ringraziamo quanti ti hanno accompagnato e sostenuto nella tua crescita cristiana e nella tua scelta vocazionale: la tua famiglia, la tua comunità parrocchiale, sacerdoti e laici che hai incontrato nella tua vita, i docenti dell'Istituto teologico, i tuoi formatori. Tra essi un ringraziamento particolare va a don Bruno che ti ha accolto, ti è stato vicino con la sua amicizia e il suo consiglio.

Fra poco, caro fratello Alberto, diventerai presbitero, ministro di Cristo, il quale attraverso la tua persona e il tuo servizio continuerà ad ammaestrare, a santificare e a guidare il popolo di Dio. Il tuo ministero come quello di ogni pastore, ci ricorda sant'Agostino, è quello di "pascere Cristo, pascere per Cristo, pascere in Cristo, non pascere per sé al di fuori di Cristo" (Discorso 46, 30).

Sii, pertanto, il buon profumo di Cristo con la parola e l'esempio. Dispensa con fedeltà la Parola di Dio. Per questo meditala assiduamente e vivi ciò che insegni. Sostieni e guida il cammino spirituale dei fratelli a te affidati attraverso la partecipazione attiva alla liturgia, con la tua preghiera, con il tuo paziente e sapiente accompagnamento spirituale. Sii sacerdote sull'altare e nella vita quotidiana. Unito al Signore, implora la sua misericordia e sii, con le parole e con i fatti, testimone del suo amore misericordioso: egli è venuto non per i giusti ma per i peccatori. Imita e vivi ciò che celebri nel lavacro di rigenerazione, nel sacramento della riconciliazione, nell'unzione degli infermi, soprattutto nel sacrificio eucaristico.

La Parola che è stata proclamata è luce ai nostri passi: illumina il cammino di ogni cristiano ed orienta il nostro ministero sacerdotale.

1. Il Dio in cui crediamo è imprevedibile ed inesauribile nei suoi doni e nella sua azione salvifica che supera i nostri schemi e si estende oltre i confini visibili della Chiesa.

In ogni comunità cristiana, anche piccola, la Chiesa, secondo una celebre espressione di Karl Rahner, "si fa evento": Dio si fa presente, opera e salva. A sua volta la Chiesa è cattolica: abbraccia i credenti in Cristo di tutti i luoghi e di tutti i popoli. Ne deriva per i fedeli di ogni comunità l'esigenza non solo di coesione, di ascolto vicendevole, di sostegno reciproco, di valorizzazione dei doni di ciascuno, ma anche di condivisione e di partecipazione al cammino delle comunità più grandi: il gruppo è chiamato ad aprirsi alla parrocchia, la parrocchia alla diocesi, la diocesi alla cattolicità.

Nello stesso tempo la Chiesa sa che l'azione del Signore ha vie a noi sconosciute e il suo Spirito soffia dove vuole, perché Dio non ha le mani legate. Per questo a nessuno è lecito sequestrare il Signore e rinchiuderlo nei nostri confini. Come veri credenti siamo invitati a riconoscere i segni dei tempi, a vedere e ad apprezzare il bene da qualunque parte venga, ad accogliere l'altro come un bene e un dono per me.

Attraverso questa apertura ai fratelli vicini e lontani e ad ogni persona il cristiano si arricchisce ed entra nell'orizzonte di Dio, Padre di tutti gli uomini. Questa apertura è compito particolare di ogni sacerdote, chiamato ad accogliere ogni persona, a riconoscere in lei il volto di Cristo, ad apprezzare e valorizzare la sua ricchezza. Attraverso l'incontro fraterno senza distinzioni, pregiudizi o diffidenze il pastore testimonia l'amore del Signore e scopre la sua misteriosa e imprevedibile azione di salvezza.

2. A sua volta il Vangelo richiede una radicale conversione. Da una parte siamo invitati a non scandalizzare i piccoli, cioè a non essere di ostacolo con la nostra condotta al cammino di ricerca di quanti sono deboli nella fede, vivono nel dubbio, hanno difficoltà ad aderire al Vangelo. Dall'altra, ciascuno è richiesto di alleggerirsi di quanto ostacola o rallenta la fedeltà al Signore. La richiesta è radicale e perentoria. Se la tua mano, se il tuo piede ti scandalizzano, tagliali. Si può tradurre: liberati dalla tentazione del possesso e del dominio. Se il tuo occhio ti scandalizza, cavalo. Si può esprimere: liberati dalla tentazione di fare tuo tutto ciò che vedi e ti piace.

In questa stessa logica si colloca l'insegnamento di Giacomo: l'attaccamento ai beni della terra è una fatua sicurezza. Aggiunge che la ricchezza è una rovina, è una condanna per chi l'ha accumulata defraudando i lavoratori.

Tutti, fedeli, religiosi e sacerdoti, siamo chiamati ad un cammino di revisione di vita, a liberarci da attaccamenti terreni per fondare la nostra sicurezza sul Signore: nessuno può servire a due padroni.

Caro Alberto, accogliendoti nell'ordine dei presbiteri, noi continueremo a pregare con te e per te, affinché possa svolgere fedelmente il tuo ministero e servire con gioia il Signore e i fratelli, certi che Dio porterà a compimento quello che ha iniziato in te.

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NOTA PASTORALE 2009/2010
Insieme possiamo

Ai sacerdoti, alle persone consacrate, ai fedeli laici

Orientamenti per l'anno pastorale 2009-2010

Abitare il nostro tempo

Da pochi anni siamo entrati nel terzo millennio. Negli ultimi decenni molti eventi hanno segnato profondamente la vita della Chiesa, della società e del mondo. Basta ricordare alcuni avvenimenti: il Concilio Vaticano II e l'introduzione della Messa in italiano; la caduta del muro di Berlino e l'introduzione dell'euro; la globalizzazione dei mercati e l'uso di internet.
Eredi di un passato, ognuno porta con sé ricordi ed esperienze. Forse anche qualche rimpianto. La storia, però, continua. Quella di oggi è una stagione nuova. Cambiano interessi, abitudini, relazioni, consumi, modalità di lavoro, uso del tempo libero. Diverso è il significato dato alla libertà individuale, il concetto della morale e della giustizia, la visione della famiglia, la sensibilità religiosa, la partecipazione alla vita della Chiesa, il rapporto con le istituzioni.
Se ci guardiamo attorno, constatiamo in questi anni profondi mutamenti anche nel nostro territorio cuneese. Tra gli aspetti positivi si può parlare di un miglioramento economico anche se non generalizzato, di un diverso standard di vita, di servizi sociali più adeguati e per una parte della popolazione di una nuova sensibilità ai grandi temi sociali della giustizia e della pace. Non mancano, però, seri interrogativi che, in particolare, riguardano il dissolvimento della famiglia, un consumo sempre più ampio di  droghe, una crescente insicurezza ed insoddisfazione personale sino a raggiungere serie forme di depressione, il disagio di molti anziani che si sentono sempre più soli, una precarietà nel lavoro e per molte famiglie seri problemi economici accresciuti dalla recente crisi finanziaria.
Anche nel comportamento morale emergono segni preoccupanti: un'assorbente preoccupazione materiale, un deterioramento del senso dell'onestà, la chiusura verso chi è emarginato sino a diventare intolleranza con chi è diverso o straniero, un diminuito rispetto della vita umana con le sue espressioni più drammatiche nel facile ricorso all'aborto, nella contrazione delle nascite, nello sfruttamento dell'altro, in violenze anche tra le mura domestiche.
Le nostre comunità cristiane, oltre ad una generosa dedizione dei sacerdoti e delle religiose, possono contare su una presenza qualificata di fedeli impegnati in vari servizi ed attività pastorali, su una più consapevole adesione di fede in un crescente numero di cristiani, così pure su un esemplare sostegno materiale alla missione della Chiesa e su una fattiva solidarietà a popolazioni colpite da gravi calamità. Nello stesso tempo sono noti i fenomeni di un rallentamento della fede e della vita ecclesiale: una sensibile diminuzione alla Messa domenicale ed al sacramento della Riconciliazione, l'allontanamento di molti giovani dalla Chiesa, la crescente scristianizzazione della famiglia e la sua difficoltà a dare spazio alla preghiera comune, la forte diminuzione di vocazioni sacerdotali e religiose.
Come sempre, difficoltà e speranze caratterizzano anche la presente stagione della Chiesa e della società. Tutti siamo chiamati a vivere questo nostro tempo con sapienza e responsabilità. È il compito al quale ci impegna il piano pastorale della diocesi dedicato, anche quest'anno, ad approfondire la cittadinanza sociale ed ecclesiale, tema delineato dalla Nota pastorale Vivere insieme nella Chiesa e nella società.
Continueremo ad interrogarci sul nostro essere cittadini credenti, nella consapevolezza di essere portatori di un dono dall'Alto e di una Parola che non passa. Uniti al Signore e con i fratelli nella fede "insieme possiamo" ravvivare le nostre comunità cristiane. In particolare, insieme alle persone di buona volontà possiamo collaborare per una convivenza più giusta e solidale e per uno sviluppo umano integrale. Siamo sostenuti dalla certezza che il Dio, nel quale crediamo, è un Dio che fa storia con gli uomini: ci illumina, ci precede e ci sostiene. Se il Signore è con noi, abbiamo il diritto di guardare il futuro con fiducia, nello stesso tempo abbiamo il dovere di discernere i segni dei tempi per scorgere il piano di Dio su ciascuno di noi, sulle nostre comunità, sull'intera famiglia umana.
Per abitare responsabilmente il nostro tempo, ogni comunità parrocchiale come ogni aggregazione laicale sono richieste in questo nuovo anno pastorale di definire ulteriormente interventi formativi e linee di azione per aiutare ognuno a vivere la sua vocazione di cittadino della Chiesa e della società. Allo scopo di favorire un cammino diocesano comune e di rafforzare la nostra appartenenza alla Chiesa particolare vengono proposte a tutte le comunità cristiane alcune scelte prioritarie riferite alla partecipazione ecclesiale, all'accoglienza e alla solidarietà, agli stili di vita cristiana.

 

Molte membra e un corpo solo

San Paolo, utilizzando con sapienza un antico apologo, presenta la Chiesa come un corpo formato da una molteplicità e diversità di membra. Guidati dallo Spirito, i cristiani mediante i riti del Battesimo e la celebrazione dell'Eucaristia sono profondamente uniti a Gesù Cristo e con lui costituiscono il suo corpo, che è la Chiesa (cfr. 1Cor 12,12-27).
Come membro di questo corpo mistico ogni cristiano ha una funzione propria, originale e preziosa per il buon funzionamento dell'intero organismo, anche se il suo ruolo è meno appariscente, o ritenuto poco nobile oppure impropriamente considerato secondario. Ci viene ricordato che "a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l'utilità comune" (1Cor 12,7). Ognuno, dunque, è richiesto di mettere a vantaggio degli altri i doni ricevuti dallo Spirito.
La feconda immagine del corpo applicata alla Chiesa ne illumina il mistero, fonda la nostra appartenenza ad essa, sottolinea la responsabilità di ciascuno. Tutti, indistintamente dalla provenienza e condizione sociale, formiamo un solo corpo e ci abbeveriamo a un solo Spirito (1Cor 12,13). Ciascuno, per la sua parte, è chiamato a collaborare con le altre membra per assicurare al corpo la giusta crescita ed una consistente vitalità. Se ognuno ha un proprio compito nella Chiesa, occorre valorizzare il suo dono ed evitare possibili concentrazioni di funzioni in poche membra: l'occhio non può sostituire l'orecchio, la mano, il piede, né può fare a meno di essi.
Ogni cristiano, chiamato a collaborare all'edificazione della Chiesa, si impegna a condividere l'intera vita ecclesiale, pur con diversità di ruoli e di responsabilità: la partecipazione attiva alla liturgia, all'azione caritativa, alle scelte pastorali, all'attività evangelizzatrice ed educativa, al funzionamento delle strutture e alle necessità materiali.
La condivisione e la cooperazione di tutti nella Chiesa sono fondate sulla "spiritualità di comunione". Grazie ad essa ognuno sa dare e ricevere, prende la parola ed è capace di ascoltare, propone iniziative e collabora a scelte condivise, apprezza il servizio degli altri e si fa carico dei fratelli più deboli, offre la propria disponibilità e la sua preghiera.
La condivisione trova la prima applicazione nella propria comunità cristiana, espressione concreta e locale della Chiesa. Le forme di collaborazione e di partecipazione sono molteplici. Tra le scelte operative si chiede in questo anno pastorale che in ogni parrocchia si dia un'attenzione privilegiata alla corresponsabilità dei fedeli nelle scelte pastorali ed amministrative attraverso un fattivo funzionamento del Consiglio Pastorale, del Consiglio per gli Affari economici e con opportuni altri incontri partecipativi.
La diocesi è la Chiesa particolare nella quale esiste e si manifesta la Chiesa universale. In comunione con il Vescovo e con la collaborazione di tutti -presbiteri, religiose e laici- si radica nel territorio diocesano e prende volto il popolo di Dio che, guidato dallo Spirito del Signore, professa l'unica fede, si nutre della stessa Parola, celebra i medesimi misteri, forma l'assemblea santa che è la comunità del Signore, la famiglia di Dio, il corpo di Cristo.
Superando possibili isolamenti o campanilismi, tutti i cristiani, come singoli e come comunità locali, sono chiamati a ravvivare la loro partecipazione alla Chiesa particolare e a rafforzare lo spirito ecclesiale-diocesano.
A questo scopo sarà opportuno continuare e dare maggiore concretezza alle scelte delineate nel piano pastorale avviato lo scorso anno: il lavoro in rete fra le parrocchie nelle Unità e nelle Zone pastorali, la collaborazione fra Uffici e Commissioni, fra centro diocesano e comunità locali, l'accoglienza e la condivisione delle proposte diocesane, in particolare l'itinerario catechistico per giovani e adulti.

 

La geografia del cuore

Ciò che caratterizza la vita delle nostre comunità e dei singoli cristiani è la carità nelle sue variegate espressioni del farsi prossimo: accoglienza e amore vicendevole, pazienza e benevolenza, comprensione e solidarietà, ma anche rifiuto dell'ingiustizia e di ogni discriminazione, difesa e sostegno dei più deboli ed emarginati. È la geografia del cuore che non conosce distanze, né distinzioni religiose, sociali o razziali.
Un giorno il Signore ci accoglierà tra i giusti se avremo dato da mangiare all'affamato, visitato l'ammalato ed il carcerato, se avremo accolto il forestiero. Con un'espressione sintetica san Paolo ci ricorda che "ciò che conta in Cristo Gesù è la fede che si rende operosa per mezzo della carità" (Gal 5,6).
Forte è il richiamo di san Giovanni Crisostomo: "Vuoi amare il corpo di Cristo? Non permettere che sia oggetto di disprezzo nelle sue membra, cioè nei poveri. Non onorarlo qui in chiesa con stoffe di seta, mentre fuori lo trascuri quando soffre di freddo e nudità… Che vantaggio può avere Cristo se la mensa del sacrificio è piena di vasi d'oro, mentre poi muore di fame nella persona del povero?" (Omelie sul Vangelo di Matteo L,3-4).
Tra i cristiani delle nostre comunità sono numerose le forme di carità al prossimo: vicinanza ed assistenza ad ammalati ed anziani soli, aiuto a singole persone e a famiglie in difficoltà, adozioni a distanza, il generoso spazio dato all'istituto dell'affido, diverse espressioni di volontariato, la collaborazione a progetti umanitari in paesi più poveri, la solidarietà a popolazioni colpite da tragici eventi.
La geografia del cuore impegna tutti i cristiani ad aprirsi alle necessità materiali, fisiche e spirituali. Per dare maggiore spazio e concretezza all'accoglienza e alla solidarietà, sarà opportuno privilegiare alcune scelte:
- promuovere un rinnovato spirito di carità capace di coinvolgere tutta la comunità parrocchiale, perché "quando un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme" (1Cor 12,26). Questo impegno di sensibilizzazione è affidato in modo particolare al Consiglio pastorale ed al Gruppo caritativo;
- dare spazio ad una fraterna accoglienza dello straniero, abbattendo incomprensibili intolleranze e inaccettabili forme di sfruttamento. Per il cristiano ogni essere umano è persona, ha una dignità e diritti inalienabili, è figlio del Padre celeste;
- accompagnare il cammino di persone separate o divorziate per offrire loro un sostegno umano ed un aiuto spirituale. Siamo chiamati ad essere vicini come fratelli, consapevoli delle loro ferite, solidali nella loro ricerca religiosa, convinti che anche esse hanno doni e ricchezze da condividere.
Animati da sincera carità, "insieme possiamo" offrire segni di speranza e promuovere una comunità cristiana più fraterna ed una convivenza più umana e solidale.
 

A piedi nudi

È il titolo del sussidio diocesano sui nuovi stili di vita. Il suo intento è di suscitare una risposta diversa alle scelte di vita ed ai modelli di comportamento lontani dalla vera promozione dell'uomo ed in contrasto con lo spirito evangelico.
Non solo il vero sviluppo della società e dell'umanità, ma anche la qualità della vita, nostra e degli altri, sono sovente rallentati e possono essere compromessi. Quando si identifica la crescita umana con il potere economico. Quando ciò che è voluttuario diventa essenziale. Quando l'attenzione si sposta dai bisogni vitali e fondamentali a quelli secondari. Quando le relazioni interpersonali si fermano all'apparenza, danno spazio all'ipocrisia o sono falsate da una visione utilitaristica. Quando un'indebita difesa della verità ci rende intolleranti e settari. Quando l'interesse economico calpesta la giustizia e la vita delle persone. Quando la solidarietà si traduce in una distratta elemosina del superfluo. Quando la fame e la miseria dei poveri non mette in discussione i nostri consumi e sprechi. Quando si continua ad essere indifferenti alle ferite del pianeta, all'inquinamento atmosferico, alla distruzione della flora e della fauna.
Come discepoli di Cristo siamo chiamati ad essere sale della terra e lievito nella pasta. La crisi globale, che riguarda i rapporti con le cose e la natura, con le persone e con il mondo, è una grande opportunità per interrogarci, per ridefinire i nostri bisogni, per cambiare i nostri stili di vita.
Metterci "a piedi nudi" è l'invito a sbarazzarci di inutili fardelli, a calpestare con rispetto la terra che è dono di Dio e casa di tutti, a scegliere un comportamento più umile e semplice, più austero ed essenziale.
In particolare si propone che in questo anno pastorale si dia risalto a due scelte:
- rivedere i nostri stili di vita. Per questo si chiede di far riferimento alle schede catechistiche sulla cittadinanza, Una grande famiglia e due case Chiesa e mondo, e al sussidio A piedi nudi;
- dare spazio alla sobrietà per una maggiore solidarietà a persone vicine e lontane con la campagna di fraternità in Avvento ed in Quaresima.
Non da soli, ma con l'aiuto del Signore e solidali con le persone di buona volontà, "insieme possiamo" sognare una vita e un mondo diverso: un'aria meno inquinata, una convivenza pacifica, una maggiore giustizia e solidarietà, relazioni interpersonali più fraterne… un'esistenza dignitosa ma meno caotica, più serena, più umana, più evangelica.

 

Scrivere per terra

Il nostro pensiero corre alla scena evangelica dove, dinanzi alla precipitosa condanna della donna peccatrice da parte di sdegnati benpensanti, Gesù, chinatosi, si mise a scrivere per terra (cfr. Gv 8,3-9). Non sappiamo che cosa abbia scritto, ma il gesto di Gesù non è senza significato.
Sovente è facile l'accusa, talvolta la condanna senza appello. Il riferimento è a persone discusse o a fatti incresciosi della Chiesa o della società. Si tratta sempre di altri da noi! Tutti hanno il diritto di valutare e, quando è necessario, di dissentire e di denunciare. Il primo dovere, però, è quello di togliere la trave dal proprio occhio (cfr. Mt 7,4). Il volto nuovo della Chiesa e della società inizia da ognuno di noi. È l'invito alla conversione del cuore.
Per scrivere per terra bisogna chinarsi, abbassarsi. Allora si potrà vedere da vicino il volto sofferente del fratello, scorgere i passi di chi arranca con fatica, ascoltare il grido di chi non ha voce, identificare deturpamenti e saccheggi del nostro pianeta. Nello stesso tempo, chi si china e osserva attentamente la terra può dare un nome ai molti segni di dedizione e di generosità, di sobrietà e di servizio disinteressato, di onestà e di rigore morale, di impegno per la giustizia e per la pace. Può, così, riconoscere che Dio scrive ancora grandi cose con le mani di persone, sovente semplici, nascoste e silenziose.
Scrivere per terra non è né comodo né facile, soprattutto quando si scrive con il proprio sudore e, a volte, con il sangue. Ce lo ricordano i martiri, gli operatori di pace, i servitori del Vangelo, i difensori dei poveri, ma anche la schiera di esemplari genitori, di sposi umiliati e sofferenti, di zelanti pastori, di generosi educatori e operatori pastorali, di onesti lavoratori e di corretti amministratori.
Le scritte per terra possono essere facilmente cancellate e calpestate. "Insieme possiamo", però, scrivere tante parole e inciderle profondamente. Che il Signore guidi la nostra mano per scrivere nelle nostre comunità e nella vita quotidiana parole giuste, nuove e coraggiose.

Cuneo, 8 settembre 2009

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