NEWS DALLA CANCELLERIA

Anno Pastorale 2010/2011

Pasqua 2011
Messaggio

La risurrezione di Gesù illumina la Domenica di Pasqua. È il trionfo della vita sulla morte. Il canto di vittoria della Domenica di Risurrezione si contrappone all'alto grido del Signore in croce: "Gesù gridò a gran voce ed emise lo spirito" (Mt 27,50). Alla morte del Venerdì Santo segue il silenzio del Sabato Santo, infine, al mattino di Pasqua, esplode la vita e si accende la speranza. La Pasqua cristiana è il "passaggio" che dalla morte attraversa l'attesa e giunge alla risurrezione. Tre momenti del passaggio pasquale che rinviano, ognuno, a tre distinti giorni.
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Giovedì Santo 2011
Omelia

La concelebrazione della Messa Crismale è arricchita da due segni particolari: la benedizione degli Oli e il rinnovo delle promesse sacerdotali. A questi due segni si aggiunge, quest'anno, il rito di ammissione tra i candidati di sette aspiranti al diaconato permanente.
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NON POSSIAMO NON DIRCI ITALIANI
Messaggio in occasione della celebrazione per i 150 anni dell'Unità d'Italia

La celebrazione dei 150 anni dell'unità d'Italia è stata una partecipata festa nazionale. Molti italiani hanno affollato le piazze o hanno preso parte a spettacoli per l'anniversario della nascita della Nazione. Altri si sono riuniti in teatro, non pochi si sono incontrati nelle chiese. È stato un convenire di comuni cittadini e di uomini delle istituzioni. Si sono incontrate persone diversamente schierate nel campo politico e sindacale, a livello ideologico e religioso.

Chi ha appeso il tricolore al balcone, chi ha seguito le celebrazioni dinanzi allo schermo televisivo o chi ha preso parte alle manifestazioni, esprimeva di fatto un comune sentire: "Non posso non dirmi italiano". Ognuno, in forma diversa, esternava la sua fierezza di far parte di una comune storia, di una condivisa cultura, di un unico Paese. In modo esplicito o implicito intendeva manifestare il suo ringraziamento a quanti con il pensiero o il lavoro quotidiano, con la lotta o il sacrificio della vita avevano operato per l'unificazione dell'Italia. Ciascuno, con il canto "Fratelli d'Italia", faceva vibrare nel suo cuore una recondita e sincera aspirazione: camminare insieme, al di là di ogni steccato, divisione o incomprensione.... (continua)

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Messaggio Natale 2010
Il volto discreto della tenerezza di Dio

La nascita di Gesù è avvolta nel grande silenzio della notte. È il racconto stringato dell'evangelista Luca. Compiuti i giorni del parto, Maria "diede alla luce il suo primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c'era posto nell'alloggio" (Lc 2,7). Solo alcuni pastori, che di notte facevano guardia al loro gregge, ebbero notizia del grande evento. Prima intimoriti dall'annuncio dell'angelo, poi premurosi si avvicinarono a Betlemme dove trovarono "il bambino adagiato nella mangiatoia" (Lc 2,16).
Il Salvatore del mondo inizia la sua missione nella fragilità e impotenza di un bambino, nato in una stalla, accolto nell'indifferenza dei più. Per Gesù la salvezza incomincia con una presenza umile, silenziosa, non invadente. Egli viene anzitutto per condividere, per essere solidale, per farsi compagno di viaggio. Più tardi, a chi vorrà, offrirà la sua parola e il suo aiuto, il perdono e il dono di una vita che è liberazione e salvezza.
Con la sua nascita Gesù ha scelto di essere il Dio con noi e per noi. La cura e l'amore di Dio per l'umanità con il Natale diventa presenza discreta e silenziosa, ma concreta e reale. Il Signore viene a visitarci. Si veste della nostra debolezza per essere accanto agli uomini e farsi carico della nostra causa. Una presenza umile ma interessata che rivela il volto discreto della sua tenerezza. Il Natale è l'espressione concreta e visibile che Dio è amore.
Dio non ci ha dimenticati e continua a essere vicino e a noi solidale. Per questo ancora una volta la nascita di Gesù riempie di speranza i nostri giorni. Nello stesso tempo la celebrazione del Natale impegna ognuno a fare della propria vita l'incarnazione della tenerezza di Dio. È doveroso annunciare e far conoscere l'amore di Dio. Oggi è ancora più importante che quest'amore sia sentito, percepito e sperimentato da coloro che ne hanno più bisogno: persone dimenticate, emarginate e ferite. Ognuno di noi è chiamato a essere il volto visibile della vicinanza e tenerezza di Dio. Noi siamo il cuore di Dio! Il primo modo di annunciare Dio è amare i fratelli, senza distinzione di razza o di religione.
Testimone concreto dell'amore di Dio è stata Madre Teresa. Ha percorso le strade di Calcutta, e non solo, per raccogliere esseri umani scheletriti e morenti, ignorati dalla società. Ha dato loro un letto e la possibilità di morire con dignità, circondati da un calore umano che la vita aveva negato. Non dissimili sono le numerose iniziative caritative sorte in tanti angoli del mondo. Penso, tra le altre, alla coraggiosa opera di padre Giuliano, missionario italiano, che da due decenni in una zona degradata del Vietnam, teatro di droga e di prostituzione minorile, ha creato una casa di accoglienza per ragazzi sbandati e segnati dall'AIDS. In questa comunità essi trovano ospitalità, cure, possibilità di riprendere la scuola. Per molti arriva inesorabile la morte. Essi partono da questo mondo, per loro inospitale, mai da soli. Nelle ultime ore il sacerdote stringe le loro mani e li consegna, con una ritrovata serenità, a una vita che non muore. I poveri di Madre Teresa e i ragazzi sieropositivi di padre Giuliano in maggioranza hanno chiuso la loro vita senza conoscere il Dio rivelato da Gesù Cristo. Hanno, però, sperimentato la sua vicinanza e il suo amore.
Numerose sono le persone che nel nostro territorio incarnano la tenerezza di Dio, anche se non tutte e non sempre frequentano la chiesa. Oltre alle molteplici forme di volontariato, penso all'assistenza di anziani, alla solidarietà a famiglie in difficoltà, all'accoglienza di stranieri, alle comunità di recupero dei tossicodipendenti, ma anche alla generosa disponibilità di tempo e di cuore espressa da catechisti e operatori pastorali, alla presenza discreta e assidua dei nostri sacerdoti accanto ad ammalati o a persone in lutto. Lo sguardo si estende alla dedizione concreta e silenziosa di quanti operano nei centri Caritas, nei gruppi della San Vincenzo, nell'OFTAL e nell'UNITALSI, nelle diverse associazioni assistenziali. A tutto ciò si deve aggiungere la straordinaria generosità di famiglie aperte all'adozione, all'affido o anche alla temporanea accoglienza di madri sole, di disabili, di ragazze della strada. Sovente si tratta di testimonianze concrete e silenziose. Per fortuna diffuse e radicate. Esse parlano un altro linguaggio, ben diverso da quello rumoroso della cronaca quotidiana delle violenze domestiche, di abusi sui minori, di episodi d'intolleranza o di corruzione, di criminalità organizzata, persino di una certa politica urlata e astiosa.
Tra alcuni mesi l'Italia ricorderà i 150 anni dell'unità del Paese. Un anniversario che non sembra raccogliere eccessivo interesse. Eppure resta un evento singolare per fare memoria del cammino intrapreso non solo sull'unità geografica, ma anche culturale, linguistica, persino ecclesiale, con una crescente condivisione di attese, di problemi, di valori. Restano ancora distanze fra Nord e Sud, tra ricchi e poveri, tra istituzioni e cittadini, tra interessi locali e nazionali, tra promesse elettorali e risposte ai problemi vitali del Paese.
Il pianeta terra si riscalda, ma le relazioni umane sembrano raffreddarsi. Come cristiani siamo chiamati a dare un'anima all'unità dell'Italia. Una strada concreta e feconda è quella tracciata dal Natale. Con la sua nascita Gesù ci ricorda che Dio non ama a distanza e che egli, come canta la liturgia, "ora viene incontro a noi in ogni uomo e in ogni tempo, perché lo testimoniamo nell'amore". Per questo l'unità dell'Italia si coniuga con la solidarietà. Essa diventa evento ogni volta che si fa vicinanza al fratello, accoglienza, condivisione.
Buon Natale a tutti. Un augurio particolare agli ammalati, alle persone sole, a chi non trova lavoro, alle famiglie ferite, divise, o in seria difficoltà economica. Che il volto di ognuno, singolo o famiglia, possa essere illuminato dalla comprensione e dalla tenerezza dei fratelli.


   ? Giuseppe Cavallotto
Vescovo di Cuneo e di Fossano


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Festa patronale di SAN MICHELE
OMELIA

Un saluto fraterno a tutti i presenti: sacerdoti, persone consacrate, fedeli. Un grazie ai rappresentanti delle istituzioni civili e militari.
La solennità di san Michele, patrono della città e della diocesi, ancora una volta ci riunisce insieme, comunità religiosa e civile, per confermare la volontà, pur nella diversità di responsabilità e compiti, di camminare insieme, di collaborare per il bene comune, per una convivenza più giusta e umana, fedele alla propria storia e tradizione cristiana. È questa, inoltre, l'occasione propizia per invocare l'aiuto e la protezione di Dio sulle nostre famiglie e sulle nostre comunità.
In questa celebrazione liturgica la proclamazione della Parola di Dio e il riferimento all'azione e alla missione dei tre Arcangeli - San Gabriele, "fortezza di Dio"; San Raffaele, "medicina di Dio"; San Michele, "Chi è come Dio" nello sconfiggere le forze del male - offrono fondamentali orientamenti al nostro cammino ed invitano ognuno di noi ad interrogarsi per rivedere la propria vita e per assumersi le proprie responsabilità di cristiano e di cittadino.

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FUNERALi DI DON ANDREA GASPRINO
Omelia

Domenica, nell'incerta luce del mattino, quando la città era ancora immersa nel silenzio e nel sonno, don Andrea Gasparino ci ha lasciato per entrare nella Luce piena, la Luce senza tramonto. Nella prima alba del giorno del Signore, quando comunità monastiche e religiose cantavano: "O giorno primo e ultimo, giorno radioso e splendido del trionfo di Cristo", don Andrea si univa "alla lode armoniosa e perenne dell'assemblea dei santi" (Inno di lodi). Servitore generoso e fedele del Signore, ha ricevuto la corona di vittoria dei giusti e il suo nome è scritto per sempre nei cieli.
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CRISTIANI SI DIVENTA
Chiamati a essere discepoli del Signore - Orientamenti E PROPOSTE PER IL BIENNIO 2010-12 NOTA PASTORALE

CRISTIANO. UN NOME E UNA SCELTA

"Non chiunque mi dice: 'Signore, Signore', entrerà nel regno dei cieli, ma
colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli" (Mt 7,21).

Chiamati cristiani
Secondo il libro degli Atti degli Apostoli ad Antiochia, attorno agli anni quaranta, per la prima volta i discepoli di Gesù Cristo "furono chiamati cristiani" (At 11,26). Erano giudei e persone di cultura greca che avevano accolto l'annuncio di Gesù portato loro da fedeli laici fuggiti da Gerusalemme a causa della persecuzione scoppiata con l'uccisione del martire Stefano. La notizia di questa dinamica e vitale comunità cristiana giunse presto agli orecchi della Chiesa di Gerusalemme che decise di inviare Barnaba. Al suo arrivo ad Antiochia egli si rallegrò nel vedere ciò che aveva operato "la grazia di Dio". La giovane comunità, come attestano gli Atti degli Apostoli, si distinse ben presto per la sua adesione e fedeltà al Signore, l'assiduità alle celebrazioni comunitarie, la presenza di annunciatori della parola di Dio e di catechisti, la solidarietà alle comunità cristiane della Giudea colpite da una grave carestia. Ad Antiochia iniziò il primo viaggio missionario di Paolo insieme a Barnaba. Ad essi i responsabili della comunità, "dopo aver digiunato e pregato, imposero le mani e li congedarono" (At 13,3).
Diverso è stato il nostro cammino spirituale. Battezzati in tenera età nella fede della Chiesa e dei nostri genitori, siamo stati associati alla morte e alla risurrezione di Cristo, abbiamo ricevuto lo Spirito di adozione a figli di Dio e siamo diventati creature nuove. Incorporati alla Chiesa, siamo entrati a far parte a pieno titolo della famiglia dei cristiani. Con il battesimo anche noi siamo cristiani. Negli anni siamo cresciuti nella fede. Molto dobbiamo alla nostra famiglia, nella quale abbiamo iniziato a conoscere il Signore, a pregare, ad esercitarci negli essenziali valori evangelici. Più tardi la nostra vita cristiana è stata arricchita dalla catechesi parrocchiale ed ha trovato sostegno nella comunità cristiana. È stata una graduale crescita spirituale nella quale riconosciamo la mano del Signore che ha operato con la sua grazia attraverso molte persone: genitori, catechisti, sacerdoti e tanti fratelli nella fede. Ad essi, oltre che a Dio, va la nostra gratitudine.

Di nome o di fatto
Nati in un paese cattolico, battezzati nei primi mesi di vita, cresciuti in famiglia di tradizione cristiana, la maggior parte degli italiani tacitamente fa propria l'affermazione di Benedetto Croce: "Non posso non dirmi cristiano". Assai diversificato, però, è il modo di portare questo nome. Non è il luogo di nascita che ci fa cristiani e ci rende migliori degli altri.
Cresce il numero di cristiani di nome. Sono battezzati che vivono nell'indifferenza religiosa, che è non credenza. Dio è assente. I loro progetti e i loro interessi si rinchiudono sempre di più in un orizzonte terrestre. Le loro scelte e i loro comportamenti hanno poco da spartire con il Vangelo e la visione cristiana. Di fatto hanno cessato di essere cristiani. Per noi, però, essi continuano ad essere nostri fratelli, che rispettiamo e amiamo. Ci auguriamo che siano persone in ricerca e che possano trovare in noi e nelle nostre comunità cristiane un riferimento e un sostegno. La nostra accoglienza si fa anzitutto testimonianza e preghiera.
Non mancano, però, fedeli generosi ed esemplari. Alcuni sono attivamente impegnati nelle nostre comunità, in servizi caritativi o in diverse forme di volontariato. Altri fanno parte di gruppi di riflessione, di approfondimento della parola di Dio e di preghiera. Né si possono ignorare i molti genitori che si prodigano a crescere i loro figli nell'onestà e ad educarli cristianamente. A tutti va la nostra ammirazione.
Tra indifferenti e credenti esiste, poi, un'estesa gamma di tipologia di cristiani: credenti ma poco osservanti, praticanti occasionali o cristiani solo della domenica, buoni praticanti ma poco credenti. Ad essi si possono aggiungere i "consumatori del sacro", o i ricercatori di esperienze religiose soprattutto emotive e consolatrici che, sovente, esprimono più evasione che scelte di fede. Ci sono anche credenti intransigenti, talvolta fanatici, che in nome di una fedeltà alla tradizione cristiana difendono accanitamente pratiche devozionali, segni e riti, decisioni disciplinari del passato, refrattari alla novità dello Spirito. Con la buona intenzione di difendere la fede, in realtà sovente sembrano difendere se stessi. Non si può ignorare che il Vangelo più che di difensori ha bisogno di testimoni. Non mancano poi, sempre più numerosi, cristiani spenti e senza sapore, stanchi o rassegnati. Sono testimoni di un cristianesimo alquanto "arrugginito" e di una vita cristiana appiattita e stagnante.
Anche una lettura superficiale della "geografia" cristiana evidenzia non poche ombre. Sovente la fede è più devozionale che consapevole. Per molti la conoscenza del Vangelo e del messaggio cristiano si è conclusa con la preadolescenza. Stili di vita di non pochi cristiani sono debitori alla mentalità materialistica e consumistica. Chi con le parole rifiuta la corruzione e la disonestà, sovente si contraddice con il suo comportamento personale. La stessa fraternità, cardine della vita cristiana, è declinata talvolta in modo selettivo, lasciando spazio all'indifferenza o alla diffidenza, sino a diventare intolleranza e razzismo. C'è poi il male strisciante di un cristianesimo individualistico, di una fede "fai da te", con interpretazioni soggettive e accomodanti non solo della dottrina e morale cristiana, ma anche della parola di Dio.

Cristiani per scelta
Nelle nostre comunità sono ancora numerosi i cristiani che vivono con semplicità e convinzione la loro fede. Molti altri sono lontani da una fede autentica e dalla fedeltà al Vangelo. Essi interpellano la pastorale e sono una sfida per tutti. Ognuno di noi può riconoscere affinità o segni di appartenenza a una o più categorie di cristiani elencati sommariamente.
Sappiamo che Gesù è venuto non per i sani ma per gli ammalati, non per i giusti ma per i peccatori. Nessuno è perfetto. A partire da quello che siamo, è importante interrogarsi per guardare oltre. Solo chi, riconoscendo le proprie debolezze e ferite, si lascia prendere per mano dal Signore, può riprendere il suo cammino. Non basta ritenersi cristiani. Ogni battezzato è chiamato a scegliere di seguire Cristo per diventare suo discepolo. È la nostra vocazione battesimale, sulla quale si innesta quella specifica al matrimonio, alla vita consacrata, al sacerdozio.
Nella prima parte della nostra riflessione siamo invitati a fare riferimento a Gesù Cristo e al suo Vangelo. L'attenzione è rivolta ai tratti fondamentali di Gesù Cristo, al mistero della sua Persona. Gesù è "la via, la verità e la vita" (Gv 14,16). Come duemila anni fa egli continua a chiamare. Dopo aver sottolineato le principali richieste di Gesù per essere suoi discepoli sono richiamati i criteri essenziali per orientare la nostra risposta.
La seconda parte si sofferma su fondamentali percorsi formativi che le nostre comunità cristiane sono invitate a promuovere per le diverse età e condizioni spirituali delle persone, affinché ognuno possa riconoscere il dono della chiamata del Signore e della sua salvezza, riconfermare le motivazioni della sua scelta cristiana e diventare sempre più fedelmente discepolo del Signore. Criterio di riferimento per queste proposte formative è l'itinerario di iniziazione cristiana secondo il catecumenato.
Infine l'ultima parte, più concreta e attiva, presenta le scelte operative proposte e privilegiate in questo biennio pastorale dalla nostra Chiesa per favorire e accompagnare la formazione battesimale del cristiano, senza tralasciare la responsabilità di discernere e promuovere la vocazione specifica al matrimonio, al sacerdozio e alla vita consacrata.
"Cristiani si diventa" è il tema conduttore del piano pastorale. Esso si pone in continuità con le scelte degli anni precedenti. Solo se ci si impegna a diventare sempre più discepoli del Signore, è possibile trasmettere e comunicare la fede, partecipare attivamente e responsabilmente alla vita della Chiesa e della società, testimoniare stili di vita rispondenti al Vangelo.

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