NEWS DALLA CANCELLERIA

Anno Pastorale 2015/

PRIMA LA FAMIGLIA
Comuni linee di azione per famiglie e comunità cristiane

Anche in questo anno pastorale siamo invitati ad accogliere con cura e gratitudine le famiglie.
Orientamenti e proposte operative restano quelli indicati nella Lettera pastorale “Famiglia si diventa”. Un ulteriore arricchimento alla nostra azione pastorale è offerto dall’esteso dibattito in atto sulla famiglia e troverà sostegno nella promettente riflessione del prossimo Sinodo dei vescovi.

 

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Pasqua 2015
Il Risorto in uscita

È Pasqua. Di buon mattino Maria di Magdala e altre donne si recano al sepolcro con aromi per imbalsamare il corpo di Gesù. Trovano la pietra del sepolcro rotolata e la tomba vuota. Essa è e resta vuota. Gesù Nazzareno, il crocefisso, è risorto. Egli è vivo. Che gli si creda o lo si ignori, egli continua ad abitare la nostra storia. Lo dice Gesù stesso a chiare lettere: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20).

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Famiglia si diventa
Promessa e speranza

Con stima e riconoscenza saluto le famiglie, genitori e figli. Desidero esprimere una cordiale
vicinanza alle coppie segnate dal lutto, colpite da un’ineluttabile malattia, provate da gravi difficoltà economiche, ferite dalla separazione sempre dolorosa. Rivolgo un cordiale saluto a ogni comunità parrocchiale – famiglia di famiglie – in particolare ai presbiteri e diaconi, alle persone consacrate e a quanti con generosa premura hanno a cuore le famiglie: le incontrano, le ascoltano, le accompagnano, le sostengono.

Sono lieto di condividere gioie e speranze di coppie e famiglie: degli innamorati impazienti di
coronare il loro sogno; dei giovani genitori che, stupiti e felici, si specchiano nel volto luminoso e sorridente del frutto del loro amore; delle coppie sterili che, dopo estenuante attesa, possono abbracciare con traboccante gioia il figlio adottato al quale assicurare calore e serenità; dei genitori che, con soddisfazione e vanto, festeggiano la laurea del figlio; dei nonni che, rivivendo una nuova giovinezza, giocano e corrono con i nipotini; dei papà che, nonostante il distacco, accompagnano compiaciuti la figlia all’altare; delle coppie di sposi che, benché avanti negli anni, si cercano, si attendono e insieme sognano ancora. Resto ammirato dinanzi a questi
diversi segni di vita cantati dall’amore coniugale.

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PASQUA 2014
Incontro del Risorto

La Pasqua profuma di primavera. La stagione invernale è alle spalle. Prati, piante e animali riprendono a vivere. Per molti, però, comunità e singoli, un rigido inverno appare interminabile. Difficoltà economiche, precarietà, disagi familiari alimentano incertezza, tensioni, paura, rabbia.
In questa difficile stagione delle famiglie e del Paese, la Pasqua cristiana è un evento di rinascita e di speranza: è la celebrazione della risurrezione di Gesù, della vittoria della vita sulla morte, della primavera sull’inverno. È la festa che segna un nuovo inizio: il Signore Gesù è vivo ed è presente in mezzo a noi per curare ferite, ridare fiducia, condividere e sostenere il nostro cammino. Egli ci viene incontro. L’accoglienza del Risorto rinnova la nostra vita. Il segno di questa rinascita è la disponibilità ad incontrare le persone e a farsi compagni di viaggio.
Nei racconti del Vangelo Gesù, dopo la Risurrezione, appare a singole persone e agli Apostoli riuniti. I luoghi di incontro mutano: presso il sepolcro vuoto, nel Cenacolo, per strada, inoltre lungo le rive del lago di Tiberiade e sul monte. Manifestazioni molto diverse. Tutte visite impreviste, dove il Signore arriva improvvisamente e non subito riconosciuto.
Il Risorto ama la sorpresa. Inaspettato, si manifesta là dove si vive, dove si consumano paure e difficoltà. La sua visita non solo rincuora, dona forza e fiducia, ma diventa sovente la consegna di una missione. Il Signore appare e scompare: rassicura, incoraggia, mette in piedi e manda.
Il giorno di Pasqua Gesù risuscitato si manifesta a Maria di Magdala in pianto presso il sepolcro, la consola e la invia ad annunciare ai discepoli che egli è vivo. Fa strada con i due discepoli di Emmaus, tristi e delusi, riscalda il loro cuore affinché posano riprendere il cammino di testimoni del Risorto. Entrato a porte chiuse nella sala dove si trovano i discepoli intimoriti, sta in mezzo a loro e dona lo Spirito Santo perché siano portatori di perdono. Otto giorni dopo, all’incredulo Tommaso mostra mani e costato per rafforzare la sua fede e farlo apostolo dei non credenti. Nelle settimane successive, presso il lago di Tiberiade, Gesù prepara pane e pesce per i discepoli di ritorno da una notte di pesca e a Simon Pietro, nonostante il rinnegamento, conferma la propria fiducia e gli affida la missione di guidare il gregge del nuovo popolo.
Prima di salire accanto al Padre, Gesù si è impegnato solennemente: “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20). Una presenza che è dono di vita, perché il Signore non viene mai a mani vuote. Nel nostro tempo Gesù ci viene incontro nel fonte battesimale e al confessionale, ci dona appuntamento nell’Eucaristia domenicale e nell’ascolto orante della sua Parola, ci attende nei fratelli sopratutto emarginati e feriti.
Improvviso e discreto, il Signore anche oggi ci incontra nel nostro cammino segnato da fatiche e paure, rallentato da malattie e solitudine, indebolito da sconfitte e delusioni. Non siamo noi che fissiamo l’appuntamento. È il Signore che ci viene incontro. Egli sta alla nostra porta e bussa.
Accogliere il Risorto è ricominciare una nuova vita, riprendere fiducia, ripartire. Il Signore ci rialza per metterci in cammino. Siamo testimoni del Risorto se, come ci ricorda Papa Francesco, siamo cristiani “in uscita”. Ad ogni cristiano è chiesto di incontrare le persone per ascoltare e imparare, per incoraggiare e condividere. Vivere la Pasqua è dare spazio a relazioni cordiali, a vicinanza e dialogo, ad una fattiva solidarietà fondati su rispetto e comprensione, perché ogni persona, si legge in Evangelii Gaudium, è amata da Dio, è sua creatura, ha una sua dignità… è “terra sacra, che merita il nostro affetto e la nostra dedizione”.
Secondo Papa Benedetto XVI, chiudere gli occhi e il cuore dinanzi ai fratelli – soprattutto bisognosi e in difficoltà – non solo ci rende sterili, ma anche ciechi dinanzi a Dio. Semplice e forte è il richiamo di Papa Francesco: “La cultura del benessere ci anestetizza. Diventiamo incapaci di provare compassione dinanzi al grido di dolore degli altri, non piangiamo più dinanzi al dramma degli altri, né ci interessa di curarci di loro”.
Pasqua è il trionfo della vita e della speranza. L’augurio che l’incontro del Risorto riscaldi i nostri cuori e ci renda non solo vicini, ma prossimi e fratelli soprattutto verso le persone sfortunate, ferite, emarginate. A tutti una santa Pasqua di risurrezione.
      Giuseppe Cavallotto
Vescovo di Cuneo e di Fossano

 

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Omelia
Santa Messa conclusiva peregrinazione dell'urna con la reliquia di San Giovanni Bosco

Questa celebrazione è segnata da due grandi eventi: il Battesimo di Gesù e la visita di don Bosco, espressa dalla sua figura in questa urna, che oggi pomeriggio ci lascerà per Pinerolo.
La liturgia odierna pone al centro il Battesimo di Gesù. Egli è senza peccato, ma chiede di essere battezzato da Giovanni Battista. Gesù entra nelle acque del Giordano. Un gesto con un alto valore simbolico: è un atto di solidarietà e di condivisione della nostra vita, della nostra storia, attraversata da paura e sofferenze; segnata da difficoltà e ferite, da incertezza e sfiducia; fatta talvolta di debolezze, di fragilità, di miseria morale. Gesù ci dice: “Coraggio, io sono con voi”.

 

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NELLA NOTTE UNA LUCE
Messaggio per il Natale 2013

NELLA NOTTE UNA LUCE

La notte dice buio, tenebre, oscurità profonda. La privazione di luce richiama simbolicamente situazioni confuse e drammatiche sia personali che sociali, comporta incertezza e paura, spegne la voglia di vivere e di lottare, alimenta la rabbia che fa male a sé e agli altri, allontana la speranza.

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Messaggio per la Festa di San Michele


Carissimi,

Celebrare la festa patronale è un momento di gioia, di lode e ringraziamento a Dio, datore di ogni bene, ma anche un'occasione di riflessione e di preghiera.
    
Si avvicina l'avvio del nuovo anno pastorale 2013/14. Esso, ponendosi in continuità con quello precedente, ha come tema conduttore la fede.
Come ci ricorda San Paolo, "la fede nasce dall'ascolto della Parola di Cristo" (Rom 10,17). Un ascolto che deve tradursi in "credere con il cuore" e in un "professare la fede con la bocca" (Rom 10,10).
Nel nuovo anno pastorale siamo invitati a privilegiare l'ascolto della Parola e la professione di fede in particolare in tre ambiti:
-    la famiglia, con una specifica attenzione ai genitori dei bambini: sostenere papà e mamma a ravvivare la loro fede e la loro missione educativa;
-    i gruppi parrocchiali di adulti e famiglie, di adolescenti e giovani, degli operatori parrocchiali, delle Associazioni e Movimenti ecclesiali;
-    la celebrazione eucaristica domenicale, quale fonte e culmine della vita dei singoli e delle comunità cristiane. In essa ci si nutre della Parola e si professa la fede della Chiesa.

Celebrare la festa di San Michele equivale ad affidare a Lui il cammino così delineato, ma anche le attese e le speranze, le gioie e le fatiche della comunità perché se ne faccia intercessore presso il Padre, in particolare per tutte le famiglie che in questi mesi stanno attraversando momenti burrascosi per mancanza di lavoro, per ristrettezze economiche, per difficoltà a dialogare.

Non può mancare, poi, nella festa del Patrono, un'accorata invocazione a Dio per il dono della pace in Siria, in Medio Oriente e nel mondo intero, ma anche nel cuore di ciascuno di noi perché, come ricordato da Papa Francesco, la pace nel mondo comincia dalla pace dei nostri cuori.

Il Santo, che i nostri padri hanno scelto come Patrono della città e della diocesi, ci ottenga la luce e la forza dello Spirito.

Con la speranza di incontrarvi tutti nella solenne celebrazione dell'Eucaristia in onore di san Michele, vi benedico con affetto.


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Ordinazione presbiterale di P. Pier Guido Demaria
Omelia

Benvenuti in questo tempio, la Cattedrale, chiesa madre della nostra diocesi. Un saluto fraterno al nostro Vescovo emerito, mons. Natalino Pescarolo, ai sacerdoti e alle religiose, a tutti i fedeli, in particolare ai parrocchiani di Madonna delle Grazie. In modo speciale desidero porgere il mio cordiale saluto a Piero e alla sua famiglia, ai parenti e amici, ai confratelli dell'Istituto dei Missionari della Consolata, insieme al Superiore Provinciale Padre Sandro Carminati.

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APERTURA DELL'ANNO DELLA FEDE
OMELIA

A tutti il mio benvenuto in questo antico tempio, che per secoli fu chiesa abbaziale di una vivace comunità benedettina. Un saluto cordiale e fraterno al nostro vescovo emerito, Mons. Natalino Pescarolo, ai sacerdoti, alle religiose, a tutti i fedeli delle parrocchie delle nostre due diocesi di Cuneo e di Fossano.

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SAN MICHELE 2012
OMELIA

Con tutta la Chiesa noi ricordiamo e preghiamo i santi Arcangeli: Michele, Gabriele e Raffaele. Per noi oggi è festa solenne: celebriamo San Michele, Patrono della città di Cuneo sin dalla sua fondazione nel 1198 e, successivamente, dichiarato Patrono anche della nostra diocesi quando fu eretta nel 1817.

Saluto fraternamente e ringrazio tutti i presenti: fedeli, religiose, sacerdoti, il Vescovo emerito Natalino Pescarolo, Mons. Antonio Camilo Gonzales, Vescovo di La Vega nella Repubblica dominicana, e qui con noi per ricordare i suoi 50 anni di sacerdozio. Un cordiale benvenuto alle autorità civili e militari, ai volontari delle diverse associazioni. Rivolgo un saluto e un augurio particolare al Signor Questore, dott. Ferdinando Palombi, che sta per concludere il suo apprezzato servizio alla nostra provincia e, con lui, al corpo della Polizia di Stato che oggi, insieme a noi, celebra il proprio Patrono, San Michele.

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LA NOSTRA FEDE
Un dono da riscoprire coltivare e testimoniare

Con ottobre prende il via l'anno della fede, voluto da Papa Benedetto XVI. Le nostre due diocesi
accolgono con gratitudine questa proposta. È un'occasione particolarmente propizia per interrogarci
sulla nostra fede, per riscoprire e coltivare questo dono. Sarà un fecondo cammino se,
nell'approfondire i fondamenti della fede e le motivazioni del nostro credere, la nostra vita troverà
un rinnovato respiro spirituale e la nostra professione di credenti conoscerà una maggiore
consapevolezza per offrire una credibile testimonianza.
Fede dice relazione a Dio. Nel nostro tempo, pur segnato da una certa ricerca religiosa, cresce il
numero delle persone che hanno interrotto il rapporto con Dio: chi lo ignora e chi lo contesta o lo
rifiuta. La scelta di questi uomini e donne ci interpella e, in qualche modo, ci chiama in causa.
Al centro della nostra attenzione, però, è posta la fede di noi cristiani. Siamo invitati a riconoscere
limiti, carenze, ostacoli per ravvivare la nostra fede e dare ragione della nostra scelta cristiana. Con
il Salmista anche noi invochiamo il Signore: "A te protendo le mie mani… Non nascondermi il tuo
volto… Fammi conoscere la strada da percorrere" (Sal 143,6-8).
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PASQUA 2012
Le mani del Risorto

La vita, le parole, le azioni di Gesù sono "vangelo", bella notizia. Pagine preziose e significative, che completano il racconto dei Vangeli, sono scritte sulle mani del Risorto: esse sono vangelo di vita.

Quelle di Gesù sono mani discrete e premurose. Nei giorni successivi alla Pasqua il Signore si manifesta, imprevisto e inatteso, ai suoi discepoli. Dopo un'infruttuosa notte di pesca, il Risorto attende gli stanchi pescatori ai bordi del lago di Tiberiade, accende un fuoco e prepara loro una sostanziosa colazione: pesce abbrustolito e pane. Mani attive e ospitali, pronte a servire, a offrire ristoro e calore umano! Il Risorto continua a essere attento alle persone, alle loro fatiche, alle necessità primarie.

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Messa del Crisma
Omelia

Oggi, Giovedì Santo, siamo riuniti nella Cattedrale, la chiesa madre della diocesi, per la Messa Crismale. Un saluto affettuoso e fraterno al vescovo Natalino, ai sacerdoti della diocesi di Cuneo e di Fossano. Un cordiale benvenuto alle religiose, ai laici, in particolare ai numerosi cresimandi delle parrocchie della città di Cuneo, di Vignolo e di Passatore. Che il Signore accresca lo spirito di fraternità e ci facci sentire una sola famiglia.

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LA CHIESA CHE AMO
Orientamenti per la visita pastorale

Trovare
Nel nostro idioma piemontese abitualmente si dice "vado a trovare" persone o famiglie, al posto di "vado a visitare". L'espressione ha una forte valenza umana ed esistenziale. Andare a trovare, nel senso di fare visita, si traduce in cercare qualcuno, incontrare e vedere di persona, avviare o ravvivare relazioni. La visita, più è sincera e disinteressata, più si carica di attenzione e rispetto delle persone, diventa condivisione e solidarietà. Andare a trovare le persone è scoprire in esse tratti inediti, contribuire a liberarle dall'isolamento, farle esistere. Quando la visita si fa dono alle persone, arricchisce chi va a trovarle.
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Assemblea interdiocesana - Centallo
"Com'è bello e com'è dolce che i fratelli vivano insieme"

Provenienti dalle nostre parrocchie, da comunità religiose, da associazioni e movimenti ecclesiali, siamo riuniti nel nome del Signore per riconoscerci famiglia di Dio, per condividere attese e speranze, per esprimere la nostra disponibilità a camminare insieme e a collaborare per la crescita delle nostre Chiese che sono in Fossano e in Cuneo.

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Omelia San Michele 2011
Una celebrazione nel nome dell'unità

SAN MICHELE 2011
Un saluto fraterno ai sacerdoti, alle religiose e a tutti i fedeli. Un cordiale benvenuto ai rappresentanti delle Istituzioni politiche, civili e militari e a quanti operano nel campo del volontariato e dell'assistenza. Ricordiamo e salutiamo con affetto gli ammalati, gli anziani, in particolare il nostro Vescovo emerito Natalino, impossibilitato ad essere con noi.
Oggi la città di Cuneo e la nostra diocesi celebrano la festa del loro Patrono. Forse è l'ultima volta che nella nostra città la festa civile coincide con quella religiosa. La Chiesa continuerà a celebrare la festa liturgica di San Michele il 29 settembre. Con rammarico dovremo accettare che la città sposti la festa patronale alla domenica.
San Michele è anche il Patrono del corpo della Polizia di Stato. Al Prefetto, al Questore, al nuovo Assistente ecclesiastico e a quanti, con diverso grado di responsabilità, fanno parte della Polizia il nostro augurio che vuole essere un attestato di vicinanza e gratitudine, un incoraggiamento e un sostegno morale a operare per difendere le Istituzioni, garantire sicurezza, promuovere la legalità. Il nostro augurio si fa anche invocazione e preghiera perché il Signore vi sostenga e vi protegga, benedica voi e le vostre famiglie.
La nostra città e provincia, come il resto del Paese, attraversano una difficile crisi economica e occupazionale, con drammatiche ricadute sulle famiglie. La nostra preghiera, che in questa sera ci unisce e ci accomuna, vuole essere un'espressione concreta di vicinanza e di solidarietà alle lavoratrici e lavoratori dell'Alpitour e a quanti in questi mesi hanno perso il lavoro o rischiano il licenziamento. Chiediamo agli imprenditori, agli amministratori e responsabili della gestione del lavoro un supplemento di coraggio, di umanità e di solidarietà, affinché le scelte non siano dettate solo da criteri di efficienza, da vantaggi economici, da interessi contingenti.

1. Una celebrazione nel nome dell'unità.
La festa patronale - religiosa e civile - vede riuniti nella nostra celebrazione liturgica fedeli e cittadini, appartenenti alla Chiesa e persone impegnate nelle istituzioni della nostra comunità civile e sociale.
Insieme vogliamo ringraziare il Signore per il lavoro e il compito che ognuno ha svolto per promuovere la crescita umana e spirituale e per servire la dignità e il rispetto delle persone.
A Dio chiediamo di benedire le nostre comunità e di illuminare le nostre scelte, pubbliche e private. Accomunati dallo stesso attaccamento alla nostra terra e da una sincera passione per l'uomo, vogliamo confermare la volontà di collaborare, secondo il proprio campo di azione, per i valori che sono patrimonio della nostra tradizione e fanno vera e grande la convivenza umana: la giustizia, la pace, la libertà, la solidarietà, ma anche il senso sacro della vita e il valore fondamentale della famiglia, la laboriosità e l'onestà, la partecipazione alla vita sociale e politica con la doverosa stima delle Istituzioni, così pure un impegno particolare per la concordia, la tolleranza, il rispetto delle diversità di opinioni, di appartenenza politica o religiosa. In questo modo la nostra festa patronale, che cade nei 150 anni dell'unità d'Italia, rende omaggio al passato, ai valori per i quali si sono spesi uomini e donne anche della nostra terra sino al sacrificio della vita, nello stesso tempo vuole essere un'assunzione di responsabilità affinché l'unità delle persone e il comune progresso del Paese non siano compromessi da localismi, interessi di parte, difesa di privilegi.
Il mio augurio è che ognuno, nel rispetto delle sue convinzioni religiose, continui con sincerità e verità ad interrogarsi, a pensare, a sentirsi cittadino onesto e responsabile di Cuneo, dell'Italia, dell'Europa e della grande famiglia umana.
Come credenti vogliamo lasciarci illuminare e guidare dalla Parola del Signore e dalla celebrazione proposta in questo giorno dalla Chiesa: la festa dei Santi Arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele. Secondo la Sacra Scrittura Michele è il condottiero delle schiere celesti e vincitore di Satana, Gabriele è colui che porta l'annuncio della nascita di Giovanni Battista e di Gesù, Raffaele è l'angelo che sta sempre davanti al Signore ed è inviato da Dio per guarire Tobia e Sara.

2. Dio è un Padre che ha a cuore la nostra vita, la nostra storia di uomini.
In modo diverso i tre Arcangeli richiamano l'azione di Dio. Egli interviene per sconfiggere le forze del male. Quelle dentro di noi: dall'egoismo, alle passioni, al peccato. Quelle attorno a noi: tutto ciò che ci appiattisce, ci impoverisce e ci umilia. Nello stesso tempo Dio attraverso l'angelo ci ricorda che il suo piano di salvezza continua e ha il suo compimento con la nascita Gesù, il Salvatore. Dio, però, non solo parla ma opera: guarisce, risana e risolleva.
La nostra fede ci conferma che Dio cammina con noi per condividere la nostra storia e aprire nuovi orizzonti di vita. Noi possiamo dimenticarci della sua presenza, ma Dio, che è un padre fedele, continua ad amarci e ad essere al nostro fianco. A noi la libertà di aprire la porta a Dio. Se chiudiamo il nostro cuore al Signore, pensiamo forse di camminare più spediti, più felici e liberi, di dare senso alla nostra esistenza, alla sofferenza, alla morte?

3. Dio ci invita a lottare contro le forze del male.
Egli ci precede in questa lotta, ci assicura il suo aiuto e garantisce la sua vittoria. In questo contesto trova posto, in primo luogo, il nostro cammino di paziente e continua conversione del cuore per liberarci dai nostri compromessi e dalle nostre miserie morali. Nello stesso tempo siamo chiamati ad opporci alle forze del male presenti nella nostra società, che rendono irrespirabile la nostra convivenza.
Sempre più siamo sconvolti da una crescente ondata di violenze domestiche, di disonestà e di corruzione, di un'ingiusta distribuzione della ricchezza, di un'estesa evasione fiscale, di una contraddizione morale fra vita pubblica e privata.
Il rischio che corriamo è l'assuefazione o la tolleranza di una situazione accettata come insuperabile.
La risposta impropria è la delegittimazione delle persone o il rifiuto dell'altro come nemico. Il vero combattimento non è contro le persone, ma contro il male. Siamo sì chiamati a scegliere persone oneste e competenti, talvolta a chiedere l'allontanamento da posti di responsabilità di chi è corrotto o incapace, ma in primo luogo il nostro impegno è opporci a inaccettabili stili di vita, a diffusi comportamenti disonesti, a un dominante malcostume. La risposta appropriata è una condivisa alta moralità, espressa attraverso valutazioni critiche, confronti, prese di posizione, soprattutto con comportamenti personali coerenti e virtuosi.

All'inizio della nostra celebrazione ci siamo rivolti a Dio, che chiama Angeli e uomini a cooperare al suo disegno di salvezza. Cooperare è lavorare insieme: da una parte è condividere il disegno di Dio, che è un progetto di vita e di liberazione, dall'altra è anche collaborare con gli uomini, soprattutto con tutti gli "angeli" che sono tra noi: persone oneste, pulite, disinteressate, che hanno a cuore la giustizia, il vero progresso umano, il bene di tutti.
San Michele, nel salire la scala verso il Cielo, presenti al trono di Dio le nostre difficoltà, attese e propositi; ci sostenga nel nostro impegno e scelta di una corale cooperazione; orienti i passi della Visita Pastorale che inizierà nei prossimi mesi, a partire dalle parrocchie della nostra città.

Cuneo, 29 settembre 2011    Giuseppe Cavallotto - Vescovo di Cuneo e di Fossano


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Pasqua 2011
Messaggio

La risurrezione di Gesù illumina la Domenica di Pasqua. È il trionfo della vita sulla morte. Il canto di vittoria della Domenica di Risurrezione si contrappone all'alto grido del Signore in croce: "Gesù gridò a gran voce ed emise lo spirito" (Mt 27,50). Alla morte del Venerdì Santo segue il silenzio del Sabato Santo, infine, al mattino di Pasqua, esplode la vita e si accende la speranza. La Pasqua cristiana è il "passaggio" che dalla morte attraversa l'attesa e giunge alla risurrezione. Tre momenti del passaggio pasquale che rinviano, ognuno, a tre distinti giorni.
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Giovedì Santo 2011
Omelia

La concelebrazione della Messa Crismale è arricchita da due segni particolari: la benedizione degli Oli e il rinnovo delle promesse sacerdotali. A questi due segni si aggiunge, quest'anno, il rito di ammissione tra i candidati di sette aspiranti al diaconato permanente.
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NON POSSIAMO NON DIRCI ITALIANI
Messaggio in occasione della celebrazione per i 150 anni dell'Unità d'Italia

La celebrazione dei 150 anni dell'unità d'Italia è stata una partecipata festa nazionale. Molti italiani hanno affollato le piazze o hanno preso parte a spettacoli per l'anniversario della nascita della Nazione. Altri si sono riuniti in teatro, non pochi si sono incontrati nelle chiese. È stato un convenire di comuni cittadini e di uomini delle istituzioni. Si sono incontrate persone diversamente schierate nel campo politico e sindacale, a livello ideologico e religioso.

Chi ha appeso il tricolore al balcone, chi ha seguito le celebrazioni dinanzi allo schermo televisivo o chi ha preso parte alle manifestazioni, esprimeva di fatto un comune sentire: "Non posso non dirmi italiano". Ognuno, in forma diversa, esternava la sua fierezza di far parte di una comune storia, di una condivisa cultura, di un unico Paese. In modo esplicito o implicito intendeva manifestare il suo ringraziamento a quanti con il pensiero o il lavoro quotidiano, con la lotta o il sacrificio della vita avevano operato per l'unificazione dell'Italia. Ciascuno, con il canto "Fratelli d'Italia", faceva vibrare nel suo cuore una recondita e sincera aspirazione: camminare insieme, al di là di ogni steccato, divisione o incomprensione.... (continua)

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Messaggio Natale 2010
Il volto discreto della tenerezza di Dio

La nascita di Gesù è avvolta nel grande silenzio della notte. È il racconto stringato dell'evangelista Luca. Compiuti i giorni del parto, Maria "diede alla luce il suo primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c'era posto nell'alloggio" (Lc 2,7). Solo alcuni pastori, che di notte facevano guardia al loro gregge, ebbero notizia del grande evento. Prima intimoriti dall'annuncio dell'angelo, poi premurosi si avvicinarono a Betlemme dove trovarono "il bambino adagiato nella mangiatoia" (Lc 2,16).
Il Salvatore del mondo inizia la sua missione nella fragilità e impotenza di un bambino, nato in una stalla, accolto nell'indifferenza dei più. Per Gesù la salvezza incomincia con una presenza umile, silenziosa, non invadente. Egli viene anzitutto per condividere, per essere solidale, per farsi compagno di viaggio. Più tardi, a chi vorrà, offrirà la sua parola e il suo aiuto, il perdono e il dono di una vita che è liberazione e salvezza.
Con la sua nascita Gesù ha scelto di essere il Dio con noi e per noi. La cura e l'amore di Dio per l'umanità con il Natale diventa presenza discreta e silenziosa, ma concreta e reale. Il Signore viene a visitarci. Si veste della nostra debolezza per essere accanto agli uomini e farsi carico della nostra causa. Una presenza umile ma interessata che rivela il volto discreto della sua tenerezza. Il Natale è l'espressione concreta e visibile che Dio è amore.
Dio non ci ha dimenticati e continua a essere vicino e a noi solidale. Per questo ancora una volta la nascita di Gesù riempie di speranza i nostri giorni. Nello stesso tempo la celebrazione del Natale impegna ognuno a fare della propria vita l'incarnazione della tenerezza di Dio. È doveroso annunciare e far conoscere l'amore di Dio. Oggi è ancora più importante che quest'amore sia sentito, percepito e sperimentato da coloro che ne hanno più bisogno: persone dimenticate, emarginate e ferite. Ognuno di noi è chiamato a essere il volto visibile della vicinanza e tenerezza di Dio. Noi siamo il cuore di Dio! Il primo modo di annunciare Dio è amare i fratelli, senza distinzione di razza o di religione.
Testimone concreto dell'amore di Dio è stata Madre Teresa. Ha percorso le strade di Calcutta, e non solo, per raccogliere esseri umani scheletriti e morenti, ignorati dalla società. Ha dato loro un letto e la possibilità di morire con dignità, circondati da un calore umano che la vita aveva negato. Non dissimili sono le numerose iniziative caritative sorte in tanti angoli del mondo. Penso, tra le altre, alla coraggiosa opera di padre Giuliano, missionario italiano, che da due decenni in una zona degradata del Vietnam, teatro di droga e di prostituzione minorile, ha creato una casa di accoglienza per ragazzi sbandati e segnati dall'AIDS. In questa comunità essi trovano ospitalità, cure, possibilità di riprendere la scuola. Per molti arriva inesorabile la morte. Essi partono da questo mondo, per loro inospitale, mai da soli. Nelle ultime ore il sacerdote stringe le loro mani e li consegna, con una ritrovata serenità, a una vita che non muore. I poveri di Madre Teresa e i ragazzi sieropositivi di padre Giuliano in maggioranza hanno chiuso la loro vita senza conoscere il Dio rivelato da Gesù Cristo. Hanno, però, sperimentato la sua vicinanza e il suo amore.
Numerose sono le persone che nel nostro territorio incarnano la tenerezza di Dio, anche se non tutte e non sempre frequentano la chiesa. Oltre alle molteplici forme di volontariato, penso all'assistenza di anziani, alla solidarietà a famiglie in difficoltà, all'accoglienza di stranieri, alle comunità di recupero dei tossicodipendenti, ma anche alla generosa disponibilità di tempo e di cuore espressa da catechisti e operatori pastorali, alla presenza discreta e assidua dei nostri sacerdoti accanto ad ammalati o a persone in lutto. Lo sguardo si estende alla dedizione concreta e silenziosa di quanti operano nei centri Caritas, nei gruppi della San Vincenzo, nell'OFTAL e nell'UNITALSI, nelle diverse associazioni assistenziali. A tutto ciò si deve aggiungere la straordinaria generosità di famiglie aperte all'adozione, all'affido o anche alla temporanea accoglienza di madri sole, di disabili, di ragazze della strada. Sovente si tratta di testimonianze concrete e silenziose. Per fortuna diffuse e radicate. Esse parlano un altro linguaggio, ben diverso da quello rumoroso della cronaca quotidiana delle violenze domestiche, di abusi sui minori, di episodi d'intolleranza o di corruzione, di criminalità organizzata, persino di una certa politica urlata e astiosa.
Tra alcuni mesi l'Italia ricorderà i 150 anni dell'unità del Paese. Un anniversario che non sembra raccogliere eccessivo interesse. Eppure resta un evento singolare per fare memoria del cammino intrapreso non solo sull'unità geografica, ma anche culturale, linguistica, persino ecclesiale, con una crescente condivisione di attese, di problemi, di valori. Restano ancora distanze fra Nord e Sud, tra ricchi e poveri, tra istituzioni e cittadini, tra interessi locali e nazionali, tra promesse elettorali e risposte ai problemi vitali del Paese.
Il pianeta terra si riscalda, ma le relazioni umane sembrano raffreddarsi. Come cristiani siamo chiamati a dare un'anima all'unità dell'Italia. Una strada concreta e feconda è quella tracciata dal Natale. Con la sua nascita Gesù ci ricorda che Dio non ama a distanza e che egli, come canta la liturgia, "ora viene incontro a noi in ogni uomo e in ogni tempo, perché lo testimoniamo nell'amore". Per questo l'unità dell'Italia si coniuga con la solidarietà. Essa diventa evento ogni volta che si fa vicinanza al fratello, accoglienza, condivisione.
Buon Natale a tutti. Un augurio particolare agli ammalati, alle persone sole, a chi non trova lavoro, alle famiglie ferite, divise, o in seria difficoltà economica. Che il volto di ognuno, singolo o famiglia, possa essere illuminato dalla comprensione e dalla tenerezza dei fratelli.


   ? Giuseppe Cavallotto
Vescovo di Cuneo e di Fossano


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Festa patronale di SAN MICHELE
OMELIA

Un saluto fraterno a tutti i presenti: sacerdoti, persone consacrate, fedeli. Un grazie ai rappresentanti delle istituzioni civili e militari.
La solennità di san Michele, patrono della città e della diocesi, ancora una volta ci riunisce insieme, comunità religiosa e civile, per confermare la volontà, pur nella diversità di responsabilità e compiti, di camminare insieme, di collaborare per il bene comune, per una convivenza più giusta e umana, fedele alla propria storia e tradizione cristiana. È questa, inoltre, l'occasione propizia per invocare l'aiuto e la protezione di Dio sulle nostre famiglie e sulle nostre comunità.
In questa celebrazione liturgica la proclamazione della Parola di Dio e il riferimento all'azione e alla missione dei tre Arcangeli - San Gabriele, "fortezza di Dio"; San Raffaele, "medicina di Dio"; San Michele, "Chi è come Dio" nello sconfiggere le forze del male - offrono fondamentali orientamenti al nostro cammino ed invitano ognuno di noi ad interrogarsi per rivedere la propria vita e per assumersi le proprie responsabilità di cristiano e di cittadino.

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FUNERALi DI DON ANDREA GASPRINO
Omelia

Domenica, nell'incerta luce del mattino, quando la città era ancora immersa nel silenzio e nel sonno, don Andrea Gasparino ci ha lasciato per entrare nella Luce piena, la Luce senza tramonto. Nella prima alba del giorno del Signore, quando comunità monastiche e religiose cantavano: "O giorno primo e ultimo, giorno radioso e splendido del trionfo di Cristo", don Andrea si univa "alla lode armoniosa e perenne dell'assemblea dei santi" (Inno di lodi). Servitore generoso e fedele del Signore, ha ricevuto la corona di vittoria dei giusti e il suo nome è scritto per sempre nei cieli.
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CRISTIANI SI DIVENTA
Chiamati a essere discepoli del Signore - Orientamenti E PROPOSTE PER IL BIENNIO 2010-12 NOTA PASTORALE

CRISTIANO. UN NOME E UNA SCELTA

"Non chiunque mi dice: 'Signore, Signore', entrerà nel regno dei cieli, ma
colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli" (Mt 7,21).

Chiamati cristiani
Secondo il libro degli Atti degli Apostoli ad Antiochia, attorno agli anni quaranta, per la prima volta i discepoli di Gesù Cristo "furono chiamati cristiani" (At 11,26). Erano giudei e persone di cultura greca che avevano accolto l'annuncio di Gesù portato loro da fedeli laici fuggiti da Gerusalemme a causa della persecuzione scoppiata con l'uccisione del martire Stefano. La notizia di questa dinamica e vitale comunità cristiana giunse presto agli orecchi della Chiesa di Gerusalemme che decise di inviare Barnaba. Al suo arrivo ad Antiochia egli si rallegrò nel vedere ciò che aveva operato "la grazia di Dio". La giovane comunità, come attestano gli Atti degli Apostoli, si distinse ben presto per la sua adesione e fedeltà al Signore, l'assiduità alle celebrazioni comunitarie, la presenza di annunciatori della parola di Dio e di catechisti, la solidarietà alle comunità cristiane della Giudea colpite da una grave carestia. Ad Antiochia iniziò il primo viaggio missionario di Paolo insieme a Barnaba. Ad essi i responsabili della comunità, "dopo aver digiunato e pregato, imposero le mani e li congedarono" (At 13,3).
Diverso è stato il nostro cammino spirituale. Battezzati in tenera età nella fede della Chiesa e dei nostri genitori, siamo stati associati alla morte e alla risurrezione di Cristo, abbiamo ricevuto lo Spirito di adozione a figli di Dio e siamo diventati creature nuove. Incorporati alla Chiesa, siamo entrati a far parte a pieno titolo della famiglia dei cristiani. Con il battesimo anche noi siamo cristiani. Negli anni siamo cresciuti nella fede. Molto dobbiamo alla nostra famiglia, nella quale abbiamo iniziato a conoscere il Signore, a pregare, ad esercitarci negli essenziali valori evangelici. Più tardi la nostra vita cristiana è stata arricchita dalla catechesi parrocchiale ed ha trovato sostegno nella comunità cristiana. È stata una graduale crescita spirituale nella quale riconosciamo la mano del Signore che ha operato con la sua grazia attraverso molte persone: genitori, catechisti, sacerdoti e tanti fratelli nella fede. Ad essi, oltre che a Dio, va la nostra gratitudine.

Di nome o di fatto
Nati in un paese cattolico, battezzati nei primi mesi di vita, cresciuti in famiglia di tradizione cristiana, la maggior parte degli italiani tacitamente fa propria l'affermazione di Benedetto Croce: "Non posso non dirmi cristiano". Assai diversificato, però, è il modo di portare questo nome. Non è il luogo di nascita che ci fa cristiani e ci rende migliori degli altri.
Cresce il numero di cristiani di nome. Sono battezzati che vivono nell'indifferenza religiosa, che è non credenza. Dio è assente. I loro progetti e i loro interessi si rinchiudono sempre di più in un orizzonte terrestre. Le loro scelte e i loro comportamenti hanno poco da spartire con il Vangelo e la visione cristiana. Di fatto hanno cessato di essere cristiani. Per noi, però, essi continuano ad essere nostri fratelli, che rispettiamo e amiamo. Ci auguriamo che siano persone in ricerca e che possano trovare in noi e nelle nostre comunità cristiane un riferimento e un sostegno. La nostra accoglienza si fa anzitutto testimonianza e preghiera.
Non mancano, però, fedeli generosi ed esemplari. Alcuni sono attivamente impegnati nelle nostre comunità, in servizi caritativi o in diverse forme di volontariato. Altri fanno parte di gruppi di riflessione, di approfondimento della parola di Dio e di preghiera. Né si possono ignorare i molti genitori che si prodigano a crescere i loro figli nell'onestà e ad educarli cristianamente. A tutti va la nostra ammirazione.
Tra indifferenti e credenti esiste, poi, un'estesa gamma di tipologia di cristiani: credenti ma poco osservanti, praticanti occasionali o cristiani solo della domenica, buoni praticanti ma poco credenti. Ad essi si possono aggiungere i "consumatori del sacro", o i ricercatori di esperienze religiose soprattutto emotive e consolatrici che, sovente, esprimono più evasione che scelte di fede. Ci sono anche credenti intransigenti, talvolta fanatici, che in nome di una fedeltà alla tradizione cristiana difendono accanitamente pratiche devozionali, segni e riti, decisioni disciplinari del passato, refrattari alla novità dello Spirito. Con la buona intenzione di difendere la fede, in realtà sovente sembrano difendere se stessi. Non si può ignorare che il Vangelo più che di difensori ha bisogno di testimoni. Non mancano poi, sempre più numerosi, cristiani spenti e senza sapore, stanchi o rassegnati. Sono testimoni di un cristianesimo alquanto "arrugginito" e di una vita cristiana appiattita e stagnante.
Anche una lettura superficiale della "geografia" cristiana evidenzia non poche ombre. Sovente la fede è più devozionale che consapevole. Per molti la conoscenza del Vangelo e del messaggio cristiano si è conclusa con la preadolescenza. Stili di vita di non pochi cristiani sono debitori alla mentalità materialistica e consumistica. Chi con le parole rifiuta la corruzione e la disonestà, sovente si contraddice con il suo comportamento personale. La stessa fraternità, cardine della vita cristiana, è declinata talvolta in modo selettivo, lasciando spazio all'indifferenza o alla diffidenza, sino a diventare intolleranza e razzismo. C'è poi il male strisciante di un cristianesimo individualistico, di una fede "fai da te", con interpretazioni soggettive e accomodanti non solo della dottrina e morale cristiana, ma anche della parola di Dio.

Cristiani per scelta
Nelle nostre comunità sono ancora numerosi i cristiani che vivono con semplicità e convinzione la loro fede. Molti altri sono lontani da una fede autentica e dalla fedeltà al Vangelo. Essi interpellano la pastorale e sono una sfida per tutti. Ognuno di noi può riconoscere affinità o segni di appartenenza a una o più categorie di cristiani elencati sommariamente.
Sappiamo che Gesù è venuto non per i sani ma per gli ammalati, non per i giusti ma per i peccatori. Nessuno è perfetto. A partire da quello che siamo, è importante interrogarsi per guardare oltre. Solo chi, riconoscendo le proprie debolezze e ferite, si lascia prendere per mano dal Signore, può riprendere il suo cammino. Non basta ritenersi cristiani. Ogni battezzato è chiamato a scegliere di seguire Cristo per diventare suo discepolo. È la nostra vocazione battesimale, sulla quale si innesta quella specifica al matrimonio, alla vita consacrata, al sacerdozio.
Nella prima parte della nostra riflessione siamo invitati a fare riferimento a Gesù Cristo e al suo Vangelo. L'attenzione è rivolta ai tratti fondamentali di Gesù Cristo, al mistero della sua Persona. Gesù è "la via, la verità e la vita" (Gv 14,16). Come duemila anni fa egli continua a chiamare. Dopo aver sottolineato le principali richieste di Gesù per essere suoi discepoli sono richiamati i criteri essenziali per orientare la nostra risposta.
La seconda parte si sofferma su fondamentali percorsi formativi che le nostre comunità cristiane sono invitate a promuovere per le diverse età e condizioni spirituali delle persone, affinché ognuno possa riconoscere il dono della chiamata del Signore e della sua salvezza, riconfermare le motivazioni della sua scelta cristiana e diventare sempre più fedelmente discepolo del Signore. Criterio di riferimento per queste proposte formative è l'itinerario di iniziazione cristiana secondo il catecumenato.
Infine l'ultima parte, più concreta e attiva, presenta le scelte operative proposte e privilegiate in questo biennio pastorale dalla nostra Chiesa per favorire e accompagnare la formazione battesimale del cristiano, senza tralasciare la responsabilità di discernere e promuovere la vocazione specifica al matrimonio, al sacerdozio e alla vita consacrata.
"Cristiani si diventa" è il tema conduttore del piano pastorale. Esso si pone in continuità con le scelte degli anni precedenti. Solo se ci si impegna a diventare sempre più discepoli del Signore, è possibile trasmettere e comunicare la fede, partecipare attivamente e responsabilmente alla vita della Chiesa e della società, testimoniare stili di vita rispondenti al Vangelo.

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Pasqua 2010
Messaggio

PASQUA: MANI CHE PARLANO

Volano le parole. Sovente eccessive o inutili. Parlano gli occhi, il volto, i silenzi della persona. Un messaggio che trasuda di sentimenti, domande, attese. Comunicano le mani. Il gesto semplice e repentino di afferrare, di stringere del bambino. La carezza rassicurante della madre. Il calore di una stretta di mano. Lo scambio di cuori in quel camminare mano nella mano di due innamorati. La fatica di mani callose e stanche. Il grido disperato o implorante di mani alzate. Innumerevoli e diverse sono le parole delle mani. Sono parole da leggere e da interpretare, da ascoltare e vagliare.
Chi guarda con gli occhi della fede la Pasqua riconosce la mano nascosta e invisibile di Dio, Padre di Gesù e degli uomini. Nella morte e risurrezione di Cristo Dio costruisce ciò che era distrutto. Annulla le distanze tra cielo e terra. Abbatte le divisioni tra gli uomini. Rischiara la notte del lutto. Cambia il pianto in gioia. Trasforma la tomba in un grembo materno.
L'evento pasquale rivela così il volto di Dio e ci aiuta a rileggere la sua presenza solerte e instancabile nella storia. Alla sua mano creatrice appartiene l'universo. Noi stessi, dice il profeta rivolgendosi a Dio, "siamo opera delle sue mani" (Is 64,7). Con mano potente il Signore ha liberato il suo popolo dalla schiavitù. Per Osea Dio ci tiene per mano e ci solleva come un bimbo alla sua guancia (Os 11,3-4). Egli è un Padre che gioisce del ritorno del figlio dissoluto, gli corre incontro e, commosso, lo abbraccia (Lc 15,20). Mani robuste e potenti quelle di Dio. Mani affidabili alle quali, come Gesù sulla croce, possiamo consegnare la nostra vita. Mani aperte ad una infinita tenerezza e misericordia.
La mano invisibile di Dio si rende visibile nelle mani del Risorto. Il giorno di Pasqua Gesù si presentò ai discepoli riuniti a porte chiuse e "mostrò loro le mani" (Gv 20,20). Ripeterà lo stesso gesto otto giorni dopo, rivolgendosi all'incredulo Tommaso: "Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani" (Gv 20,27). Parlano le mani trafitte del Crocifisso Risorto. Esse dicono patimenti subiti, il suo amore sconfinato, la sconfitta della morte, la fedeltà di Dio.
Le stesse mani del Risorto sono attive e operose. La sera di Pasqua, ospitato dai due discepoli di Emmaus, Gesù si mise a tavola con loro, "prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro" (Lc 24,30). Sono mani che ripetono il gesto dell'ultima cena, che si alzano a Dio per noi ogni volta che celebriamo l'eucaristia, che continuano a spezzare il pane di vita per nutrirci e per invitarci alla condivisione.
La mani del Crocifisso Risorto sono le stesse mani di Gesù che passò fra la sua gente facendo del bene. Impose le mani agli ammalati e li guarì. Benedì i bambini, ma anche i cinque pani e i due pesci. Prese la mano della fanciulla e la alzò dal suo letto di morte. Stese la sua mano ed afferrò Pietro travolto dalle onde. Si chinò a lavare i piedi degli apostoli. Scrisse per terra parole sconosciute che sulla sua bocca si tradussero in perdono alla peccatrice: "Neanche io ti condanno" (Gv 8,11). Immagine visibile del Padre, quelle di Gesù sono mani che curano le ferite, servono, nutrono, sollevano, aprono alla speranza, danno vita.
Dio ha affidato alle mani operose degli uomini la custodia del creato, l'equa distribuzione dei beni della terra, la promozione della giustizia e della pace, lo sviluppo di una convivenza umana, dove ogni persona, a partire dai più deboli, sia rispettata nella sua dignità e nei suoi diritti fondamentali. Il Signore risorto non ha altre mani che le nostre mani per curare le ferite, per abbattere i muri della divisione e dell'intolleranza, per servire i fratelli, per spezzare il pane della solidarietà.
Celebrare la Pasqua è interrogarci se le mani, nostre e degli altri, costruiscono o distruggono, sono mani di risurrezione oppure del venerdì santo, dove l'indifferenza si fa connivenza e lascia spazio a risentimenti, a prepotenze, o a sopruso degli indifesi.
Chi guarda con il cuore le mani degli uomini sa scorgere ciò che gli occhi non vedono o preferiscono ignorare. Riconosce silenziose domande e attese. Apprezza dedizione e nascoste generosità. È capace di indignazione e di coraggiosa opposizione alle mani che pescano nel torbido, seminano veleni e divisioni, umiliano le persone, si avvantaggiano con speculazione, inganno e frode.
Anche le mani degli uomini parlano. Il rischio è "ascoltarle" con indifferenza. Non meno grave è la superficialità di chi scorge il fumo e non scopre il fuoco. L'espressione di Leon Bloy, anche se netta e un po' mordace, può farci pensare: "Imbecille è la persona che, a chi con il dito gli indica la luna, osserva il dito".
Vivere la Pasqua è guardare con fiducia alle mani infaticabili del Risorto che continua ad operare nel cuore degli uomini. Egli non abbandona il lavoro iniziato. Fare Pasqua è anche interrogarci sul "linguaggio" delle nostre mani, lasciando echeggiare la voce del salmista: "Chi potrà salire sul monte del Signore e stare nel luogo santo? Chi ha mani innocenti e cuore puro" (Sl 24,3-4). Mani, dunque, oneste, trasparenti, generose, mani di risurrezione perché sanno offrire sollievo e speranza. Il mio augurio è che possiamo, aiutandoci vicendevolmente, rispondere all'impegnativa richiesta del Signore: "Nessuno si presenti a me a mani vuote" (Es 34,20). Allora sarà Pasqua per noi e per i fratelli.

 

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Giovedì Santo - Messa crismale
Omelia

Un saluto fraterno a tutti i presenti e un abbraccio cordiale al Vescovo Natalino Pescarolo e a tutti i confratelli presbiteri delle nostre due diocesi di Cuneo e di Fossano. Siamo spiritualmente uniti ai nostri sacerdoti ammalati e anziani e siamo vicini, anche se distanti, a tutti i sacerdoti che operano fuori diocesi. Ricordiamo con affetto quanti già partecipano alla liturgia celeste. In questi ultimi mesi abbiamo accompagnato alla Casa del Padre don Giuseppe Giordano, don Bartolomeo Stellino, don Matteo Tanca, don Innocenzo Timossi, don Luca Bertaina, don Romildo Serra e don Gianni Beraudo. La memoria di questi fratelli sacerdoti si fa comunione, preghiera e riconoscenza.

Diamo un fraterno benvenuto al seminarista Luca Lanave, accompagnato dai famigliari. Siamo particolarmente lieti per la sua ammissione agli Ordini sacri. Con te, Luca, ringraziamo il Signore per questo primo e ufficiale passo verso il sacerdozio. Ti accompagniamo con la preghiera affinché possa presto coronare il progetto del Signore su di te.

La Messa Crismale, che precede il Triduo Pasquale e ad esso ci introduce, ha un particolare significato salvifico ed ecclesiale. Il Crisma che è consacrato e gli Olii che vengono benedetti rinviano all'azione di Gesù, l'Unto del Padre. Attraverso le diverse unzioni fatte dalla Chiesa e rese efficaci dallo Spirito Santo, il Cristo risorto risana le nostre ferite e ci libera dal potere del male, ci protegge e ci sostiene nel nostro cammino, ci da la forza per vincere le nostre passioni e allontanarci da ciò che è contingente ed effimero, ci rinnova e ci rende sempre più conformi a Lui.

La parola del profeta Isaia e il vangelo di Luca pongono al centro l'umanità con le sue molteplici fragilità, infermità e umiliazioni: poveri e oppressi, ciechi fisici e spirituali, schiavi e prigionieri, delusi ed afflitti. A tutti il Signore offre la sua Parola di vita e porge la sua mano per cambiare "l'abito da lutto" in un "canto di lode" (Is 61,3) e proclamare che la grazia di Dio, cioè la sua benevolenza e la sua azione risanatrice sono all'opera (Lc 4,19).

Unti dallo Spirito Santo e rigenerati a vita nuova, tutti i battezzati sono fatti da Gesù Cristo "sacerdoti per il suo Dio" (Ap 1,6). Tutti i discepoli di Cristo sono partecipi del suo sacerdozio. Liberati dai nostri peccati e santificati con il Battesimo, laici, religiosi e sacerdoti siamo ministri di Dio: siamo chiamati ad essere annunciatori della misericordia infinita del Padre; ci adoperiamo ad essere vicini ad ogni persona e solidali con i feriti, i più deboli, gli ultimi; siamo al servizio della liberazione integrale dell'uomo per sollevarlo da ogni schiavitù, per offrire il vero senso della sua vita e la speranza in un di più, per favorire il suo incontro con l'amore di Dio.

Nel Giovedì Santo la concelebrazione di tutto il nostro presbiterio si veste di un significato particolare: facciamo memoria dell'imposizione delle mani nel giorno della nostra ordinazione; lodiamo il Signore per il dono ricevuto e ringraziamo Dio per il servizio pastorale svolto con generosità nelle nostre comunità, ma anche per l'aiuto e la collaborazione dei fedeli; siamo invitati a ripensare il nostro ministero per meglio vivere la missione che ci è stata affidata.

Il sacerdozio ministeriale, distinto da quello comune di tutti i battezzati, ci rende maggiormente partecipi del ministero di Cristo: non ci fa superiori ma più solidali con i nostri fedeli, non ci pone in una posizione di potere ma di maggior servizio.

In questo anno sacerdotale è maggiormente doveroso interrogarci su chi siamo e come viviamo il nostro sacerdozio: a quale compito il Signore ci chiama e qual è la nostra risposta alle giuste attese dei fedeli. Possiamo richiamare alcuni tratti fondamentali, anche se non esaustivi, della nostra missione sacerdotale.
1. Il sacerdote è uomo di Dio.  Nei monasteri benedettini talvolta si trova l'immagine di san Benedetto con la scritta 'vir Dei', uomo di Dio. Anche il sacerdote è tale perché eletto e amato da Dio, perché è amico e contemplativo di Dio, perché sa parlare a Dio degli uomini e farsi interprete presso il Signore delle loro sofferenze, difficoltà e miserie. Ce lo ricorda con un'espressione semplice ed efficace sant'Agostino: "Talvolta più che parlare di Dio ai nuovi credenti occorre parlare a Dio di loro" (De catechizandis rudibus XIII, 18).

Il sacerdote, inoltre, è uomo di Dio perché con la sua fede, la sua carità evangelica e la sua trasparenza spirituale sa rinviare a Dio e ai valori alti del Vangelo. Noi non siamo dispensatori del sacro, né di esperienze religiose appaganti, ma testimoni eloquenti e credibili di Dio. Abilità organizzativa, facilità di relazioni, capacità intellettiva e altre doti sono qualità utili ed apprezzabili. In un tempo come il nostro di smarrimento esistenziale, di dubbio religioso e di appannamento della fede gli uomini hanno bisogno di veri credenti. In primo luogo a noi è chiesto di dire Dio con la nostra vita. Oltre 50 anni fa scriveva Vivarelli: "Il varco che noi possiamo aprire per i nostri fratelli verso la fede è uno solo: che possano toccare la realtà di un cristiano. Quando gli uomini, su tutte le strade, inciamperanno in un autentico e completo credente, finiranno per incamminarsi verso Dio". A migliaia sono accorsi da tutta la Francia ad Ars perché là c'era un uomo di Dio.

Se è importante domandarci, come pastori, che cosa devo dire, che cosa devo fare, è primario chiederci chi sono e se la mia vita di sacerdote avvicina a Dio o lascia indifferenti. Per questo siamo tutti invitati ad interrogarci sullo spazio dato all'ascolto della Parola di Dio, sul respiro che ha la nostra preghiera personale e liturgica, sul nostro impegno di santità, che ha come centro e sorgente Cristo. Ce lo ricorda san Paolo: "Sono stato afferrato da Cristo… Per me vivere è Cristo, morire un guadagno" (Fil 1,21; 3,12).

2. Il sacerdote è mediatore dell'incontro fra Dio e l'uomo. Sappiamo che l'unico mediatore di salvezza è Cristo. Noi pure svolgiamo un'azione mediatrice nella collaborazione con Dio, nel servizio al Vangelo, nel farci annunciatori della sua misericordia.

Come collaboratori di Dio siamo chiamati a riconoscere il primato dell'azione di Dio e a rispettare i suoi tempi. Collaborare con Dio, però, significa anche condividere la sua economia di salvezza. Ciò vuol dire amare tutti gli uomini e prendere a cuore la loro piena ed autentica crescita: guarire le ferite del corpo e dello spirito, spezzare le catene dell'ingiustizia e dell'oppressione, liberare dalla paura, dall'egoismo, dalla colpa, illuminare le menti e aiutare le persone a scoprire la loro profonda e definitiva vocazione. Richiamandoci alla Lettera agli Ebrei, possiamo affermare che, come Cristo, ogni sacerdote è chiamato a "prendere parte alle debolezze umane… è in grado di sentire giusta compassione per quelli che sono nell'ignoranza e nell'errore" ( Eb 4,15; 5, 2).

Mediatori della Parola di Dio, il servizio al Vangelo ci impegna primariamente ad annunciare l'amore di Dio: gratuito, paziente, fedele. Nello stesso tempo con la nostra predicazione siamo chiamati non solo a trasmettere l'autentica Parola di Dio, ma soprattutto a suscitare un incontro con il Signore: un dialogo che si fa ascolto, preghiera, risposta al suo invito.

Come testimoni della misericordia di Dio la nostra mediazione si traduce non solo in disponibilità e cura del sacramento della riconciliazione, ma anche nel ministero dell'accoglienza e della comprensione per offrire fiducia e infondere serenità, per aiutare il fratello, la sorella a trovare soluzioni oneste ma fattibili. Esemplare è il comportamento di Paolo: "Mi sono fatto debole con i deboli per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto per tutti per salvare ad ogni costo qualcuno" (1 Cor 9,22). Prima di essere censori o giudici noi siamo padri. Esemplare è l'atteggiamento comprensivo e paterno del Curato d'Ars: "Chi veniva al suo confessionale attratto da un intimo e umile bisogno del perdono di Dio, scrive papa Benedetto, trovava in lui l'incoraggiamento ad immergersi nel 'torrente della divina misericordia' che trascina via tutto nel suo impeto. E se qualcuno era afflitto al pensiero della propria debolezza e incostanza, timoroso di future ricadute, il Curato gli rivelava il segreto di Dio con un'espressione di toccante bellezza: 'Il buon Dio sa tutto. Prima ancora che voi vi confessiate, sa già che peccherete ancora e tuttavia vi perdona. Come è grande l'amore del nostro Dio che si spinge fino a dimenticare volontariamente l'avvenire, pur di perdonarci!'" (Benedetto XVI, Lettera per l'indizione dell'Anno sacerdotale).

3. Il sacerdote è amante della verità. Noi non siamo i detentori assoluti della verità, ma servitori. Da ciò la nostra paziente e costante ricerca della verità con Dio, con la sua Parola, con noi stessi e con gli altri.

Anzitutto occorre interrogarci sulla verità del nostro rapporto con Dio: quanto è sincero, filiale, coraggioso nel riconoscere inadempienze e compromessi. Con il salmista vogliamo dire: "Il tuo volto io cerco, o Signore. Tu sei il mio rifugio, il mio sostegno, la mia salvezza" (Sl 26).

C'è poi il servizio alla verità nella trasmissione della Parola di Dio: un annuncio fatto con "parresìa", cioè con libertà, coraggio e franchezza. Nella lettera ai Tessalonicesi Paolo scrive che nella sua predicazione del Vangelo non ha cercato né il piacere degli uomini, né interessi personali (Cfr 1 Ts 2,2-5). Alla comunità di Corinto può attestare: "Noi non siamo come quelli che fanno mercato della Parola di Dio, ma parliamo di Cristo con sincerità e mossi da Dio" (2 Cor 2,17). Aggiunge: "Noi non annunciamo noi stessi, ma Cristo Signore" (2 Cor 4,5). Veniamo meno al ministero della Parola quando la nostra predicazione privilegia aspetti parziali, moraleggianti o devozionali, quando da spazio a interpretazioni soggettive o estemporanee, con il rischio di annunciare noi stessi e non il Vangelo.

Esiste, inoltre, la verità con noi stessi. È il coraggio di accettarci come siamo, senza autosufficienza né disistima. È la sincerità con la quale riconosciamo le nostre debolezze, i nostri difetti, le nostre infedeltà. Un essenziale passo verso la conversione è un veritiero esame della nostra vita: l'amore a Dio e ai fratelli, la fedeltà al celibato e alla preghiera, la qualità del nostro aggiornamento teologico e pastorale, ma anche l'uso del denaro e del nostro tempo, il nostro rapporto con il fisco, e così via.

Infine la verità verso gli altri chiama in causa non solo la nostra stima e rispetto delle persone, delle loro idee, ma anche la nostra relazione improntata a trasparenza, a sincerità e a schiettezza. Talvolta è facile giudicare, condannare, persino cadere nella maldicenza. Un veritiero rapporto cristiano da spazio alla comprensione, si fa dialogo franco, diventa correzione fraterna.

4. Il sacerdote è operatore di comunione. Ordinati presbiteri e incardinati in una diocesi, la nostra primaria appartenenza è alla Chiesa particolare e al Presbiterio diocesano. La comunione dei presbiteri nella Chiesa particolare suppone accoglienza e valorizzazione di tutte le forze religiose e laicali; diventa condivisione di un comune piano pastorale, lavoro in rete, scambi di esperienza; si traduce anche in partecipazione a giornate spirituali, a particolari celebrazioni liturgiche della diocesi, a proposte di studio e di aggiornamento.

Con i confratelli la comunione ha bisogno di incontri spirituali, ma anche umani e conviviali, si fa amicizia, confronto, apprezzamento vicendevole, si esprime in un reciproco aiuto pastorale e spirituale, sino a tradursi talvolta in forme di vita comune.

Il luogo ordinario dove il sacerdote è chiamato ad essere operatore di comunione è la propria parrocchia, per renderla una famiglia, una comunità di fratelli. Il servizio alla comunione si traduce in molteplici modi e vie: vicinanza e accoglienza delle persone, riconciliazione tra le famiglie, promozione di un vicendevole sostegno spirituale e della solidarietà verso i deboli e gli ultimi, formazione alla partecipazione e alla corresponsabilità nella vita parrocchiale che hanno il loro fondamento nell'approfondimento della Parola e nella celebrazione eucaristica. La comunione è un traguardo mai pienamente raggiunto. Richiede non solo dedizione, ma grande pazienza che per santa Caterina da Siena è "il midollo della carità".

Quando Giovanni Maria Vianney fu inviato parroco, si sentì dire dal suo Vescovo: "Non c'è molto amore di Dio in quella parrocchia, voi ce lo metterete". In sintesi questa è la nostra singolare e straordinaria missione: testimoniare e far crescere l'amore a Dio e l'amore ai fratelli nelle nostre comunità.

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MESSAGGIO NATALE 2009
Natale a doppio senso

Alcune vie sono a senso unico: si procede in una sola direzione. La maggior parte delle nostre strade, invece, sono a doppio senso di marcia: si percorrono in una direzione e in quella opposta. Qualche cosa di simile è avvenuto ed accade per il Natale: ci si accosta ad esso con diversi sentimenti e si possono scegliere direzioni opposte o convergenti.
 
È successo la prima volta alla nascita di Gesù. Pastori e Magi si avvicinarono con trepidazione e premura alla grotta di Betlemme e fecero ritorno colmi di gioia. Altri manifestarono indifferenza, talvolta diffidenza e paura, se non rifiuto ed opposizione. È noto l'atteggiamento di Erode. Fatemi sapere, disse ai Magi, dov'è nato il re d'Israele, poi anch'io andrò ad incontrarlo e ad adorarlo. La sua "adorazione", come si sa, si consumò in una strage di innocenti. Per difendere potere e privilegi talvolta si calpestano anche i piccoli e le persone indifese!
 
In questi giorni tutti pensano al Natale. Differente è l'attesa, ancora più diversificata è la celebrazione delle feste natalizie. Ci si può lasciar attrarre più dalle luci dei negozi che da quella del presepio. Ci sono coloro che confondono l'attesa di Gesù Salvatore con quella di Babbo Natale. Altri abbandonano la via di Betlemme e preferiscono la strada dei paesi tropicali. Per altri il Natale è principalmente uno scambio di doni, un incontro in famiglia, un tempo di evasione. Per salvaguardare l'aspetto religioso del Natale basterà essere un po' più buoni, allestire il presepio in casa, andare alla Messa di mezzanotte? Più volte in questi giorni rimbalzerà come augurio la parola "Buon Natale". Sarà un saluto convenzionale e innocuo, forse l'espressione di buoni sentimenti, oppure un augurio scomodo ed impegnativo?
 
Per i cristiani il Natale resta una strada a doppio senso, il cui tracciato conduce ad un appuntamento unico che può rinnovare o cambiare la nostra esistenza. Dio "scende" per incontrare gli uomini che, a loro volta, "salgono" per accogliere il Signore della vita. Per questo, ci ricorda san Leone Magno, il Natale "è un mirabile scambio: Dio si è fatto uomo perché l'uomo diventi Dio".
 
Con il Natale celebriamo la nascita del Figlio di Dio. Egli si è fatto uomo per condividere le nostre gioie e fatiche, per illuminare il nostro cammino e guarire le nostre ferite, per metterci in piedi e rendere possibile ogni giorno una nuova nascita: la natività del cuore, di un nuovo cammino, di una rinnovata speranza. Il Signore, ci ricorda il Vangelo, è venuto e viene non per i sani ma per gli ammalati, non per i giusti ma per i peccatori. Il Natale proclama, così, l'iniziativa gratuita di Dio, il suo amore incondizionato all'uomo, la sua instancabile misericordia. È il mistero del Natale: il Figlio di Dio si è fatto figlio dell'uomo per farci figli di Dio.
 
Il nostro cammino verso il Signore può essere incerto, talvolta confuso, persino errato, ma il Signore non cessa di venire. Possiamo dimenticarci di essere figli, ma Dio continua ad essere Padre. Si può persistere nel peccare, ma Dio non si stanca di perdonare. Possiamo essere infedeli, ma Lui resta fedele. Se diciamo di non credere in Dio, Egli non cessa di credere nell'uomo creato a sua immagine. Si può anche chiudere gli occhi, ma il Signore continua ad illuminare. Se rifiutiamo di invocare il suo nome, il Signore non cessa di chiamarci per nome. Possiamo decidere di fare a meno di Dio, ma Egli non si stanca di cercarci, poiché è il Buon Pastore che va in cerca della pecorella che si è allontanata. Paziente e discreto, il Signore bussa alla nostra porta ed attende: Dio ha il tempo, abbastanza tempo, più degli uomini. Per te, per me, per noi è Natale se nella nostra fatica di uomini osiamo affidarci al Signore: "Vieni a visitarci, vieni a salvarci".
 
Il Dio in cui crediamo ha scelto di fare strada con gli uomini. Per questo la via del Natale, percorsa dal Signore, chiede anche a noi di camminare con i nostri fratelli. Ancora una volta il Natale è una strada a doppio senso, quella del dare e quella del ricevere.
 
La strada del dare ha nomi concreti ed impegnativi: giustizia, solidarietà, fraternità. Si chiama anzitutto giustizia: dare a ciascuno il suo. Prende il volto della solidarietà: condividere quello che abbiamo. Diventa fraternità: riconoscere e amare l'altro, ogni altro, come fratello. Intolleranza, discriminazione, razzismo portano lontano dal Natale e dalla logica di Dio. Non sono comportamenti cristiani. Anche oggi Gesù ci ripete: "Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri" (Gv 13,35).
 
Camminare verso Betlemme è incontrare Gesù dove oggi egli nasce e vive tra la gente, soprattutto nel bisognoso, nell'emarginato, in chi è solo e infelice. È ciò che canta il Prefazio dell'Avvento: "Ora il Cristo tuo Figlio viene incontro a noi in ogni uomo e in ogni tempo". Con ragione Tonino Bello scrive: "L'importante è muoversi. E se invece di un Dio glorioso, ci imbattiamo nella fragilità di un bambino, non ci venga il dubbio di aver sbagliato percorso. Il volto spaurito degli oppressi, la solitudine degli infelici, l'amarezza di tutti gli uomini della terra, sono il luogo dove egli continua a vivere in clandestinità. A noi il compito di cercarlo".
 
Fare strada insieme non è solo solidarietà e condivisione, ma anche accoglienza. Questa si traduce in ascolto, apprezzamento, capacità di ricevere l'altro per quello che è, che pensa, che sa offrire. Dalle sue convinzioni, dai suoi progetti, dalla sua esperienza, come pure dai suoi interrogativi, dal suo dolore e dai suoi silenzi c'è sempre da imparare, anche se non tutto è condivisibile. Accogliere l'altro è riconoscere ciò che vi è di buono in lui, più ancora è disponibilità a lasciarci arricchire dalla sua presenza e da ciò che ci dona. Se c'è più gioia nel dare che nel ricevere, è più difficile ricevere che donare. Non per nulla l'antico testo della Didaché invita ogni cristiano "ad avere una mano aperta nel dare o l'altra aperta nel ricevere".
 
 Con il Natale Dio Padre ci dona suo Figlio e ci affida i fratelli: essi sono il "regalo" del Signore. Lo scambio natalizio dei doni assume un significato nuovo se diventa incontro con il Figlio di Dio e accoglienza reciproca tra gli uomini: un darsi la mano per crescere e costruire insieme. Buon Natale a tutti con l'augurio di metterci in cammino, con fiducia e coraggio, verso il Signore e verso i fratelli. 
 
Cuneo, 19 dicembre 2009
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SETTEMBRE 2009
Festa in onore di San Michele - Omelia

A tutti il mio cordiale e fraterno saluto nel Signore: al Vescovo Natalino Pescarolo, ai sacerdoti, alle religiose e ai fedeli laici. Il mio ossequio alle autorità civili e militari, ai rappresentanti delle Confraternite e delle associazioni di volontariato. Un augurio particolare alle forze della Polizia di Stato che oggi celebrano la loro festa religiosa.
La solennità del Patrono della città e della diocesi, san Michele, è una singolare opportunità per invocare la benedizione del Signore su noi, sulle nostre famiglie e sulle nostre comunità, per ravvivare la nostra fede e interrogarci sul senso della nostra vita e sulla nostra responsabile appartenenza alla Chiesa e alla società, per rafforzare il comune impegno nel promuovere una convivenza sempre più umana, giusta e solidale nel rispetto della dignità di ogni persona.

Oggi in tutte le chiese si celebra la festa dei santi Arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele. Michele, il cui nome significa "Chi è come Dio", è l'Arcangelo che, secondo il profeta Daniele, protegge il popolo di Dio e che nell'Apocalisse è presentato come il vittorioso combattente che con i suoi angeli lotta contro il drago, cioè Satana, il seduttore del mondo. Gabriele, vale a dire "Forza di Dio", è ricordato nel Vangelo di Luca come "colui che sta al cospetto di Dio" e porta l'annuncio di speranza della nascita del Battista e di Gesù. Infine, l'Arcangelo Raffaele, un nome che significa "Dio che cura", nella Sacra Scrittura è riconosciuto come il guaritore, colui che tramite Tobia ridona la vista al padre Tobi.

Le funzioni dei tre Arcangeli - difendere il popolo, guarire, portare un annuncio di salvezza - esprimono in modo concreto ed eloquente la vicinanza di Dio che interviene nella storia e si prende cura della vita degli uomini: una presenza che è protezione, difesa, liberazione.
L'azione liberatrice, espressa dagli Arcangeli, trova il suo compimento nel Figlio di Dio, il Cristo che ha sconfitto la morte e il potere del male e ha dato piena attuazione alla salvezza e al regno del nostro Dio.

La festa odierna è la conferma che il Dio in cui crediamo non è un "extracomunitario", non è un intruso o un estraneo, né una presenza invadente o marginale, ma è il Dio che fa storia con noi: è un Padre che manifesta la sua potenza con la misericordia e il perdono, è il Pastore che in Cristo Gesù ci difende dai lupi rapaci e si prende cura della pecora ferita, è la fonte della vita che attraverso lo Spirito Santo ci illumina, ci rigenera, ci sostiene nella lotta contro il male, dentro e fuori di noi.

Gesù assicura a Natanaele che il cielo è aperto, che gli angeli di Dio salgono e scendono, che dunque c'è una relazione continua e feconda tra Dio e gli uomini. Ignorare Dio o relegarlo in un angolo della nostra vita significa voler fare a meno del primo e principale Artefice della storia personale, sociale e mondiale. È la tentazione dell'autosufficienza che nasconde, in forma velata o esplicita, un delirio di onnipotenza. Le conseguenze sono rovinose. L'uomo facilmente si prostra dinnanzi ad altri idoli, che sovente hanno il nome di potere e ricchezza. L'orizzonte umano si restringe alla terra, dove ciò che maggiormente conta è la felicità individuale fatta di benessere, di progresso economico, di tornaconto personale. Senza un esplicito riferimento a Dio e alla sua Parola diventa difficile dare un senso alto alla nostra vita e cogliere il significato autentico della libertà. Vengono meno le motivazioni profonde della giustizia e della solidarietà. Non si comprende il significato del perdono, dell'accoglienza dell'altro e, meno ancora, del dolore e della morte. In balia di se stessi, gli uomini brancolano nel buio dove sono leciti arroganza, violenza e sopruso.

Fin dalla sua fondazione, nel 1198, la città di Cuneo scelse come sua Patrono san Michele. La diocesi di Cuneo, eretta nel 1817, ottenne come Patrono lo stesso san Michele Arcangelo. Città e diocesi, società civile e comunità ecclesiale hanno in san Michele un comune punto di riferimento ed una condivisa aspirazione: ottenere tramite l'intercessione del nostro Patrono la protezione del Signore e l'aiuto per lottare contro il potere del male.

Pio VII, prigioniero di Napoleone, di passaggio nella nostra città, duecento anni fa, ci ha portato come dono dopo pochi anni l'erezione della nostra diocesi. La memoria di questo Papa mite e coraggioso ci ricorda che anche da prigionieri si può resistere alla prevaricazione del potere, affermare la propria libertà, difendere l'autonomia dell'azione pastorale e salvaguardare i diritti fondamentali dei cristiani.

La nostra città e la nostra diocesi, volgendo lo sguardo al passato, possono elencare una ricca schiera di donne e di uomini onesti e giusti, alcuni noti e molti meno conosciuti, che hanno lottato per la libertà ed una maggiore giustizia, per il buon funzionamento delle istituzioni e per una convivenza pacifica, per opere di carità e di aiuto ai più deboli, per promuovere cultura e sensibilità artistica, per mantenere vivi i valori umani e cristiani, per ravvivare la vita delle nostre parrocchie e formare ad una fede consapevole ed operosa. A tutte queste persone siamo debitori e riconoscenti.

Anche nelle nostre comunità, come altrove, sono numerose le forme del male che umiliano le persone, ne ostacolano la vita, sino a degradarle. I  nomi di questi mali sono tanti: dal poco rispetto della vita propria e altrui, alla diffusa prassi dell'aborto, da precarie situazioni economiche all'intossicamento da droga e da consumismo, come pure egoismi e chiusure che generano indifferenza, sino a trasformarsi talvolta in sfruttamento ed intolleranza delle persone, e altro ancora. Ci sono altri mali che impoveriscono ed ostacolano la convivenza civile: illegalità, inadempienze verso il fisco, corruzione, usura, degrado ambientale, più in generale limitato senso civico e scarso impegno politico, talvolta sprechi e inadeguatezza nelle istituzioni pubbliche e nell'erogazione dei servizi. La qualità di vita delle persone e della società è garantita dal comune impegno per il bene comune, che è il bene di tutti, è lo sviluppo di tutta la persona e di ogni persona.

Celebrare la festa di san Michele impegna tutti noi, ognuno nel suo campo, a combattere contro il drago, ad opporsi ad ogni forze ed espressione del male.

In primo luogo ognuno è chiamato a rivedere il suo comportamento, i suoi stili di vita. Per il cristiano ciò significa conformarsi ai valori evangelici, quali la trasparenza e la sincerità del cuore, la sobrietà, l'amore al prossimo con particolare attenzione agli ultimi ed alle persone in difficoltà, l'accoglienza dell'altro, il rifiuto di ogni forma di violenza e di vendetta, sino al perdono e alla preghiera per i nemici.

Per una società migliore occorre un impegno corale di tutte le istituzioni, civili e religiose, e di tutte le persone di buona volontà, di uomini onesti e coraggiosi. Per questo è necessario che tra le file dei cristiani sorgano aggregazioni, per categorie di persone o per una condivisa sensibilità, capaci di riconoscere inadeguatezza, limite e miserie che affliggono singoli e società, disponibili a prendere la parola e, se necessario, a denunciare, soprattutto impegnati a proporre soluzioni alte "per una società a misura dell'uomo, della sua dignità, della sua vocazione" (Benedetto XVI Caritas in Veritate, 9).

Non possiamo invocare san Michele, che significa "Chi è come Dio", senza fare nostra la logica di Dio e conformare il nostro agire a quello di Dio. Ciò comporta mettere al centro la persona, ogni persona, amarla, curare le sue ferite, promuovere il suo integrale sviluppo.

Come ci ricorda la recente Enciclica di Benedetto XVI, Caritas in Veritate, al primo posto non può essere l'interesse economico, ma l'uomo. Papa Benedetto, citando Paolo VI, conferma: "Ciò che conta per noi è l'uomo, ogni uomo, ogni gruppo di uomini, fino a comprendere l'umanità tutta intera" (n. 18). Di qui una economia ispirata dall'etica, dalla giustizia, dalla solidarietà e fraternità.

Nella logica di Dio, il Papa afferma con forza che "la carità eccede la giustizia, perché amare è donare, offrire del mio all'altro… Non posso 'donare' all'altro del mio, senza avergli dato in primo luogo ciò che gli compete per giustizia… La giustizia è inseparabile dalla carità, è la prima via della carità" (n.6).
Nello stesso tempo, il Papa ci avverte che non basta operare, ma occorre muoversi con consapevolezza e con carità: "Il fare è cieco senza il sapere e il sapere è sterile senza l'amore" (Caritas in Veritate, 30).

Che san Michele ispiri le nostre azioni: ci sproni ad amare l'uomo per amare Dio, sapendo che solo un vero amore a Dio ci rende capaci di meglio amare e servire l'uomo.

Cuneo, 29 settembre 2009

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Ordinazione Sacerdotale di don Alberto Aimar
Omelia

Un saluto cordiale e fraterno a tutti i presenti, al vescovo Natalino Pescarolo, ai confratelli sacerdoti, alle religiose, ai numerosi fedeli, agli amici giovani e meno giovani che don Alberto ha incontrato nella sua parrocchia d'origine, San Pietro del Gallo, nell'esperienza di lavoro, nel cammino spirituale, nelle parrocchie di Madonna delle Grazie e di San Bartolomeo in Boves, dove ha vissuto le prime esperienze pastorali.

Un saluto particolare alla mamma, ai familiari ed ai parenti che vedono la loro famiglia benedetta da Dio con il dono di un nuovo sacerdote, al quale idealmente il compianto don Giuseppe Giordano passa il testimone.

Oggi la nostra Chiesa che è in Cuneo, dopo l'esperienza di lutto per la morte di don Luca Bertaina, che nella preghiera e con la speranza cristiana abbiamo affidato alla misericordia del Padre, ora sperimenta un evento di gioia e di esultanza: nello stesso tempo in cui Dio ha chiamato a sé il nostro confratello Luca, dona alla nostra Chiesa un nuovo sacerdote. La nostra gratitudine al Signore diventa preghiera, affinché nella sua bontà faccia germogliare nuove vocazioni e non permetta che la nostra Chiesa sia priva di buoni pastori.

Ed ora un abbraccio fraterno a te, Alberto, che oggi con l'imposizione delle mani e la preghiera di ordinazione diventerai sacerdote per sempre. Nel tuo esteso e paziente cammino di discernimento hai continuato a cercare il disegno di Dio su di te, ti sei fidato del Signore, hai rivisto e corretto il tuo iniziale progetto di vita, con fiducia e generosità hai fatto spazio alla imprevedibilità del Signore che anche a te ha rivolto il suo invito: "Tu seguimi. Ti farò pescatore di uomini" (Lc 5,10).

Insieme lodiamo Dio che ti ha chiamato per nome e ti ha scelto per un pieno servizio ai fratelli e alla Chiesa. Con te, Alberto, ringraziamo quanti ti hanno accompagnato e sostenuto nella tua crescita cristiana e nella tua scelta vocazionale: la tua famiglia, la tua comunità parrocchiale, sacerdoti e laici che hai incontrato nella tua vita, i docenti dell'Istituto teologico, i tuoi formatori. Tra essi un ringraziamento particolare va a don Bruno che ti ha accolto, ti è stato vicino con la sua amicizia e il suo consiglio.

Fra poco, caro fratello Alberto, diventerai presbitero, ministro di Cristo, il quale attraverso la tua persona e il tuo servizio continuerà ad ammaestrare, a santificare e a guidare il popolo di Dio. Il tuo ministero come quello di ogni pastore, ci ricorda sant'Agostino, è quello di "pascere Cristo, pascere per Cristo, pascere in Cristo, non pascere per sé al di fuori di Cristo" (Discorso 46, 30).

Sii, pertanto, il buon profumo di Cristo con la parola e l'esempio. Dispensa con fedeltà la Parola di Dio. Per questo meditala assiduamente e vivi ciò che insegni. Sostieni e guida il cammino spirituale dei fratelli a te affidati attraverso la partecipazione attiva alla liturgia, con la tua preghiera, con il tuo paziente e sapiente accompagnamento spirituale. Sii sacerdote sull'altare e nella vita quotidiana. Unito al Signore, implora la sua misericordia e sii, con le parole e con i fatti, testimone del suo amore misericordioso: egli è venuto non per i giusti ma per i peccatori. Imita e vivi ciò che celebri nel lavacro di rigenerazione, nel sacramento della riconciliazione, nell'unzione degli infermi, soprattutto nel sacrificio eucaristico.

La Parola che è stata proclamata è luce ai nostri passi: illumina il cammino di ogni cristiano ed orienta il nostro ministero sacerdotale.

1. Il Dio in cui crediamo è imprevedibile ed inesauribile nei suoi doni e nella sua azione salvifica che supera i nostri schemi e si estende oltre i confini visibili della Chiesa.

In ogni comunità cristiana, anche piccola, la Chiesa, secondo una celebre espressione di Karl Rahner, "si fa evento": Dio si fa presente, opera e salva. A sua volta la Chiesa è cattolica: abbraccia i credenti in Cristo di tutti i luoghi e di tutti i popoli. Ne deriva per i fedeli di ogni comunità l'esigenza non solo di coesione, di ascolto vicendevole, di sostegno reciproco, di valorizzazione dei doni di ciascuno, ma anche di condivisione e di partecipazione al cammino delle comunità più grandi: il gruppo è chiamato ad aprirsi alla parrocchia, la parrocchia alla diocesi, la diocesi alla cattolicità.

Nello stesso tempo la Chiesa sa che l'azione del Signore ha vie a noi sconosciute e il suo Spirito soffia dove vuole, perché Dio non ha le mani legate. Per questo a nessuno è lecito sequestrare il Signore e rinchiuderlo nei nostri confini. Come veri credenti siamo invitati a riconoscere i segni dei tempi, a vedere e ad apprezzare il bene da qualunque parte venga, ad accogliere l'altro come un bene e un dono per me.

Attraverso questa apertura ai fratelli vicini e lontani e ad ogni persona il cristiano si arricchisce ed entra nell'orizzonte di Dio, Padre di tutti gli uomini. Questa apertura è compito particolare di ogni sacerdote, chiamato ad accogliere ogni persona, a riconoscere in lei il volto di Cristo, ad apprezzare e valorizzare la sua ricchezza. Attraverso l'incontro fraterno senza distinzioni, pregiudizi o diffidenze il pastore testimonia l'amore del Signore e scopre la sua misteriosa e imprevedibile azione di salvezza.

2. A sua volta il Vangelo richiede una radicale conversione. Da una parte siamo invitati a non scandalizzare i piccoli, cioè a non essere di ostacolo con la nostra condotta al cammino di ricerca di quanti sono deboli nella fede, vivono nel dubbio, hanno difficoltà ad aderire al Vangelo. Dall'altra, ciascuno è richiesto di alleggerirsi di quanto ostacola o rallenta la fedeltà al Signore. La richiesta è radicale e perentoria. Se la tua mano, se il tuo piede ti scandalizzano, tagliali. Si può tradurre: liberati dalla tentazione del possesso e del dominio. Se il tuo occhio ti scandalizza, cavalo. Si può esprimere: liberati dalla tentazione di fare tuo tutto ciò che vedi e ti piace.

In questa stessa logica si colloca l'insegnamento di Giacomo: l'attaccamento ai beni della terra è una fatua sicurezza. Aggiunge che la ricchezza è una rovina, è una condanna per chi l'ha accumulata defraudando i lavoratori.

Tutti, fedeli, religiosi e sacerdoti, siamo chiamati ad un cammino di revisione di vita, a liberarci da attaccamenti terreni per fondare la nostra sicurezza sul Signore: nessuno può servire a due padroni.

Caro Alberto, accogliendoti nell'ordine dei presbiteri, noi continueremo a pregare con te e per te, affinché possa svolgere fedelmente il tuo ministero e servire con gioia il Signore e i fratelli, certi che Dio porterà a compimento quello che ha iniziato in te.

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NOTA PASTORALE 2009/2010
Insieme possiamo

Ai sacerdoti, alle persone consacrate, ai fedeli laici

Orientamenti per l'anno pastorale 2009-2010

Abitare il nostro tempo

Da pochi anni siamo entrati nel terzo millennio. Negli ultimi decenni molti eventi hanno segnato profondamente la vita della Chiesa, della società e del mondo. Basta ricordare alcuni avvenimenti: il Concilio Vaticano II e l'introduzione della Messa in italiano; la caduta del muro di Berlino e l'introduzione dell'euro; la globalizzazione dei mercati e l'uso di internet.
Eredi di un passato, ognuno porta con sé ricordi ed esperienze. Forse anche qualche rimpianto. La storia, però, continua. Quella di oggi è una stagione nuova. Cambiano interessi, abitudini, relazioni, consumi, modalità di lavoro, uso del tempo libero. Diverso è il significato dato alla libertà individuale, il concetto della morale e della giustizia, la visione della famiglia, la sensibilità religiosa, la partecipazione alla vita della Chiesa, il rapporto con le istituzioni.
Se ci guardiamo attorno, constatiamo in questi anni profondi mutamenti anche nel nostro territorio cuneese. Tra gli aspetti positivi si può parlare di un miglioramento economico anche se non generalizzato, di un diverso standard di vita, di servizi sociali più adeguati e per una parte della popolazione di una nuova sensibilità ai grandi temi sociali della giustizia e della pace. Non mancano, però, seri interrogativi che, in particolare, riguardano il dissolvimento della famiglia, un consumo sempre più ampio di  droghe, una crescente insicurezza ed insoddisfazione personale sino a raggiungere serie forme di depressione, il disagio di molti anziani che si sentono sempre più soli, una precarietà nel lavoro e per molte famiglie seri problemi economici accresciuti dalla recente crisi finanziaria.
Anche nel comportamento morale emergono segni preoccupanti: un'assorbente preoccupazione materiale, un deterioramento del senso dell'onestà, la chiusura verso chi è emarginato sino a diventare intolleranza con chi è diverso o straniero, un diminuito rispetto della vita umana con le sue espressioni più drammatiche nel facile ricorso all'aborto, nella contrazione delle nascite, nello sfruttamento dell'altro, in violenze anche tra le mura domestiche.
Le nostre comunità cristiane, oltre ad una generosa dedizione dei sacerdoti e delle religiose, possono contare su una presenza qualificata di fedeli impegnati in vari servizi ed attività pastorali, su una più consapevole adesione di fede in un crescente numero di cristiani, così pure su un esemplare sostegno materiale alla missione della Chiesa e su una fattiva solidarietà a popolazioni colpite da gravi calamità. Nello stesso tempo sono noti i fenomeni di un rallentamento della fede e della vita ecclesiale: una sensibile diminuzione alla Messa domenicale ed al sacramento della Riconciliazione, l'allontanamento di molti giovani dalla Chiesa, la crescente scristianizzazione della famiglia e la sua difficoltà a dare spazio alla preghiera comune, la forte diminuzione di vocazioni sacerdotali e religiose.
Come sempre, difficoltà e speranze caratterizzano anche la presente stagione della Chiesa e della società. Tutti siamo chiamati a vivere questo nostro tempo con sapienza e responsabilità. È il compito al quale ci impegna il piano pastorale della diocesi dedicato, anche quest'anno, ad approfondire la cittadinanza sociale ed ecclesiale, tema delineato dalla Nota pastorale Vivere insieme nella Chiesa e nella società.
Continueremo ad interrogarci sul nostro essere cittadini credenti, nella consapevolezza di essere portatori di un dono dall'Alto e di una Parola che non passa. Uniti al Signore e con i fratelli nella fede "insieme possiamo" ravvivare le nostre comunità cristiane. In particolare, insieme alle persone di buona volontà possiamo collaborare per una convivenza più giusta e solidale e per uno sviluppo umano integrale. Siamo sostenuti dalla certezza che il Dio, nel quale crediamo, è un Dio che fa storia con gli uomini: ci illumina, ci precede e ci sostiene. Se il Signore è con noi, abbiamo il diritto di guardare il futuro con fiducia, nello stesso tempo abbiamo il dovere di discernere i segni dei tempi per scorgere il piano di Dio su ciascuno di noi, sulle nostre comunità, sull'intera famiglia umana.
Per abitare responsabilmente il nostro tempo, ogni comunità parrocchiale come ogni aggregazione laicale sono richieste in questo nuovo anno pastorale di definire ulteriormente interventi formativi e linee di azione per aiutare ognuno a vivere la sua vocazione di cittadino della Chiesa e della società. Allo scopo di favorire un cammino diocesano comune e di rafforzare la nostra appartenenza alla Chiesa particolare vengono proposte a tutte le comunità cristiane alcune scelte prioritarie riferite alla partecipazione ecclesiale, all'accoglienza e alla solidarietà, agli stili di vita cristiana.

 

Molte membra e un corpo solo

San Paolo, utilizzando con sapienza un antico apologo, presenta la Chiesa come un corpo formato da una molteplicità e diversità di membra. Guidati dallo Spirito, i cristiani mediante i riti del Battesimo e la celebrazione dell'Eucaristia sono profondamente uniti a Gesù Cristo e con lui costituiscono il suo corpo, che è la Chiesa (cfr. 1Cor 12,12-27).
Come membro di questo corpo mistico ogni cristiano ha una funzione propria, originale e preziosa per il buon funzionamento dell'intero organismo, anche se il suo ruolo è meno appariscente, o ritenuto poco nobile oppure impropriamente considerato secondario. Ci viene ricordato che "a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l'utilità comune" (1Cor 12,7). Ognuno, dunque, è richiesto di mettere a vantaggio degli altri i doni ricevuti dallo Spirito.
La feconda immagine del corpo applicata alla Chiesa ne illumina il mistero, fonda la nostra appartenenza ad essa, sottolinea la responsabilità di ciascuno. Tutti, indistintamente dalla provenienza e condizione sociale, formiamo un solo corpo e ci abbeveriamo a un solo Spirito (1Cor 12,13). Ciascuno, per la sua parte, è chiamato a collaborare con le altre membra per assicurare al corpo la giusta crescita ed una consistente vitalità. Se ognuno ha un proprio compito nella Chiesa, occorre valorizzare il suo dono ed evitare possibili concentrazioni di funzioni in poche membra: l'occhio non può sostituire l'orecchio, la mano, il piede, né può fare a meno di essi.
Ogni cristiano, chiamato a collaborare all'edificazione della Chiesa, si impegna a condividere l'intera vita ecclesiale, pur con diversità di ruoli e di responsabilità: la partecipazione attiva alla liturgia, all'azione caritativa, alle scelte pastorali, all'attività evangelizzatrice ed educativa, al funzionamento delle strutture e alle necessità materiali.
La condivisione e la cooperazione di tutti nella Chiesa sono fondate sulla "spiritualità di comunione". Grazie ad essa ognuno sa dare e ricevere, prende la parola ed è capace di ascoltare, propone iniziative e collabora a scelte condivise, apprezza il servizio degli altri e si fa carico dei fratelli più deboli, offre la propria disponibilità e la sua preghiera.
La condivisione trova la prima applicazione nella propria comunità cristiana, espressione concreta e locale della Chiesa. Le forme di collaborazione e di partecipazione sono molteplici. Tra le scelte operative si chiede in questo anno pastorale che in ogni parrocchia si dia un'attenzione privilegiata alla corresponsabilità dei fedeli nelle scelte pastorali ed amministrative attraverso un fattivo funzionamento del Consiglio Pastorale, del Consiglio per gli Affari economici e con opportuni altri incontri partecipativi.
La diocesi è la Chiesa particolare nella quale esiste e si manifesta la Chiesa universale. In comunione con il Vescovo e con la collaborazione di tutti -presbiteri, religiose e laici- si radica nel territorio diocesano e prende volto il popolo di Dio che, guidato dallo Spirito del Signore, professa l'unica fede, si nutre della stessa Parola, celebra i medesimi misteri, forma l'assemblea santa che è la comunità del Signore, la famiglia di Dio, il corpo di Cristo.
Superando possibili isolamenti o campanilismi, tutti i cristiani, come singoli e come comunità locali, sono chiamati a ravvivare la loro partecipazione alla Chiesa particolare e a rafforzare lo spirito ecclesiale-diocesano.
A questo scopo sarà opportuno continuare e dare maggiore concretezza alle scelte delineate nel piano pastorale avviato lo scorso anno: il lavoro in rete fra le parrocchie nelle Unità e nelle Zone pastorali, la collaborazione fra Uffici e Commissioni, fra centro diocesano e comunità locali, l'accoglienza e la condivisione delle proposte diocesane, in particolare l'itinerario catechistico per giovani e adulti.

 

La geografia del cuore

Ciò che caratterizza la vita delle nostre comunità e dei singoli cristiani è la carità nelle sue variegate espressioni del farsi prossimo: accoglienza e amore vicendevole, pazienza e benevolenza, comprensione e solidarietà, ma anche rifiuto dell'ingiustizia e di ogni discriminazione, difesa e sostegno dei più deboli ed emarginati. È la geografia del cuore che non conosce distanze, né distinzioni religiose, sociali o razziali.
Un giorno il Signore ci accoglierà tra i giusti se avremo dato da mangiare all'affamato, visitato l'ammalato ed il carcerato, se avremo accolto il forestiero. Con un'espressione sintetica san Paolo ci ricorda che "ciò che conta in Cristo Gesù è la fede che si rende operosa per mezzo della carità" (Gal 5,6).
Forte è il richiamo di san Giovanni Crisostomo: "Vuoi amare il corpo di Cristo? Non permettere che sia oggetto di disprezzo nelle sue membra, cioè nei poveri. Non onorarlo qui in chiesa con stoffe di seta, mentre fuori lo trascuri quando soffre di freddo e nudità… Che vantaggio può avere Cristo se la mensa del sacrificio è piena di vasi d'oro, mentre poi muore di fame nella persona del povero?" (Omelie sul Vangelo di Matteo L,3-4).
Tra i cristiani delle nostre comunità sono numerose le forme di carità al prossimo: vicinanza ed assistenza ad ammalati ed anziani soli, aiuto a singole persone e a famiglie in difficoltà, adozioni a distanza, il generoso spazio dato all'istituto dell'affido, diverse espressioni di volontariato, la collaborazione a progetti umanitari in paesi più poveri, la solidarietà a popolazioni colpite da tragici eventi.
La geografia del cuore impegna tutti i cristiani ad aprirsi alle necessità materiali, fisiche e spirituali. Per dare maggiore spazio e concretezza all'accoglienza e alla solidarietà, sarà opportuno privilegiare alcune scelte:
- promuovere un rinnovato spirito di carità capace di coinvolgere tutta la comunità parrocchiale, perché "quando un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme" (1Cor 12,26). Questo impegno di sensibilizzazione è affidato in modo particolare al Consiglio pastorale ed al Gruppo caritativo;
- dare spazio ad una fraterna accoglienza dello straniero, abbattendo incomprensibili intolleranze e inaccettabili forme di sfruttamento. Per il cristiano ogni essere umano è persona, ha una dignità e diritti inalienabili, è figlio del Padre celeste;
- accompagnare il cammino di persone separate o divorziate per offrire loro un sostegno umano ed un aiuto spirituale. Siamo chiamati ad essere vicini come fratelli, consapevoli delle loro ferite, solidali nella loro ricerca religiosa, convinti che anche esse hanno doni e ricchezze da condividere.
Animati da sincera carità, "insieme possiamo" offrire segni di speranza e promuovere una comunità cristiana più fraterna ed una convivenza più umana e solidale.
 

A piedi nudi

È il titolo del sussidio diocesano sui nuovi stili di vita. Il suo intento è di suscitare una risposta diversa alle scelte di vita ed ai modelli di comportamento lontani dalla vera promozione dell'uomo ed in contrasto con lo spirito evangelico.
Non solo il vero sviluppo della società e dell'umanità, ma anche la qualità della vita, nostra e degli altri, sono sovente rallentati e possono essere compromessi. Quando si identifica la crescita umana con il potere economico. Quando ciò che è voluttuario diventa essenziale. Quando l'attenzione si sposta dai bisogni vitali e fondamentali a quelli secondari. Quando le relazioni interpersonali si fermano all'apparenza, danno spazio all'ipocrisia o sono falsate da una visione utilitaristica. Quando un'indebita difesa della verità ci rende intolleranti e settari. Quando l'interesse economico calpesta la giustizia e la vita delle persone. Quando la solidarietà si traduce in una distratta elemosina del superfluo. Quando la fame e la miseria dei poveri non mette in discussione i nostri consumi e sprechi. Quando si continua ad essere indifferenti alle ferite del pianeta, all'inquinamento atmosferico, alla distruzione della flora e della fauna.
Come discepoli di Cristo siamo chiamati ad essere sale della terra e lievito nella pasta. La crisi globale, che riguarda i rapporti con le cose e la natura, con le persone e con il mondo, è una grande opportunità per interrogarci, per ridefinire i nostri bisogni, per cambiare i nostri stili di vita.
Metterci "a piedi nudi" è l'invito a sbarazzarci di inutili fardelli, a calpestare con rispetto la terra che è dono di Dio e casa di tutti, a scegliere un comportamento più umile e semplice, più austero ed essenziale.
In particolare si propone che in questo anno pastorale si dia risalto a due scelte:
- rivedere i nostri stili di vita. Per questo si chiede di far riferimento alle schede catechistiche sulla cittadinanza, Una grande famiglia e due case Chiesa e mondo, e al sussidio A piedi nudi;
- dare spazio alla sobrietà per una maggiore solidarietà a persone vicine e lontane con la campagna di fraternità in Avvento ed in Quaresima.
Non da soli, ma con l'aiuto del Signore e solidali con le persone di buona volontà, "insieme possiamo" sognare una vita e un mondo diverso: un'aria meno inquinata, una convivenza pacifica, una maggiore giustizia e solidarietà, relazioni interpersonali più fraterne… un'esistenza dignitosa ma meno caotica, più serena, più umana, più evangelica.

 

Scrivere per terra

Il nostro pensiero corre alla scena evangelica dove, dinanzi alla precipitosa condanna della donna peccatrice da parte di sdegnati benpensanti, Gesù, chinatosi, si mise a scrivere per terra (cfr. Gv 8,3-9). Non sappiamo che cosa abbia scritto, ma il gesto di Gesù non è senza significato.
Sovente è facile l'accusa, talvolta la condanna senza appello. Il riferimento è a persone discusse o a fatti incresciosi della Chiesa o della società. Si tratta sempre di altri da noi! Tutti hanno il diritto di valutare e, quando è necessario, di dissentire e di denunciare. Il primo dovere, però, è quello di togliere la trave dal proprio occhio (cfr. Mt 7,4). Il volto nuovo della Chiesa e della società inizia da ognuno di noi. È l'invito alla conversione del cuore.
Per scrivere per terra bisogna chinarsi, abbassarsi. Allora si potrà vedere da vicino il volto sofferente del fratello, scorgere i passi di chi arranca con fatica, ascoltare il grido di chi non ha voce, identificare deturpamenti e saccheggi del nostro pianeta. Nello stesso tempo, chi si china e osserva attentamente la terra può dare un nome ai molti segni di dedizione e di generosità, di sobrietà e di servizio disinteressato, di onestà e di rigore morale, di impegno per la giustizia e per la pace. Può, così, riconoscere che Dio scrive ancora grandi cose con le mani di persone, sovente semplici, nascoste e silenziose.
Scrivere per terra non è né comodo né facile, soprattutto quando si scrive con il proprio sudore e, a volte, con il sangue. Ce lo ricordano i martiri, gli operatori di pace, i servitori del Vangelo, i difensori dei poveri, ma anche la schiera di esemplari genitori, di sposi umiliati e sofferenti, di zelanti pastori, di generosi educatori e operatori pastorali, di onesti lavoratori e di corretti amministratori.
Le scritte per terra possono essere facilmente cancellate e calpestate. "Insieme possiamo", però, scrivere tante parole e inciderle profondamente. Che il Signore guidi la nostra mano per scrivere nelle nostre comunità e nella vita quotidiana parole giuste, nuove e coraggiose.

Cuneo, 8 settembre 2009

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Pasqua 2009
Messaggio

LA GEOGRAFIA DEL CUORE
Attorno a noi ci sono case, strade, campi e tante persone. In questi giorni di cielo terso e
ripulito dal vento il nostro sguardo si alza, stupito, sulle cime innevate e rilucenti che, dalla Bisalta
al Monviso, fanno da corona alla nostra pianura. Distinguiamo, in lontananza, campanili e paesi a
noi familiari. Negli incontri quotidiani di uomini e donne i nostri occhi si posano sulla loro
occupazione, danno un nome a volti noti, talvolta scorgono nei loro silenzi stati d'animo e
interrogativi.
Ognuno di noi ha una "geografia dello spazio" e una "geografia dei cuore". L'espressione si
incontra in Papa Benedetto XVI. In quella dello spazio elenchiamo e disponiamo in ordine
continenti e nazioni, pianure e catene montuose, fiumi e mari, diamo un nome a città, parchi
naturali, zone turistiche, monumenti. Con quella del cuore abitiamo lo spazio geografico, vediamo
volti umani, distinguiamo angosce e speranze. Lo sguardo non si ferma all'apparenza, ai fatti, ai
dati statistici. Legge dentro: cassintegrati, immigrati, anziani, ammalati, divorziati, uomini di tutte le
età e condizioni, non sono numeri ma persone. Ognuna con la sua storia, le sue ferite e
preoccupazioni, colle sue aspirazioni e attese.
Fare Pasqua è andare oltre alla "geografia dello spazio" per lasciare crescere in ciascuno di
noi la "geografia del cuore". Questo "passaggio" si pone in continuità a quello che noi celebriamo
nella solenne Veglia pasquale: dalla schiavitù alla libertà dell'antico popolo di Israele, dalla morte
alla vita con la risurrezione di Gesù, dalla condizione di peccatori alla rinascita con il battesimo.
Sono passaggi che rivelano l'iniziativa di Dio e il suo sì alla nostra vita. Anche l'allargamento in
noi della "geografia del cuore" è primariamente dono del Signore, nello stesso tempo investe la
nostra risposta e collaborazione.
Ogni uomo ha la sua geografia del cuore. Quella del cristiano ha tratti originali e dimensioni
proprie. Essa chiama in causa tutte le potenzialità umane, illuminate dalla Parola del Signore e
sostenute dalla forza dello Spirito: mente e cuore, intelligenza e sentimenti, riflessione e azione,
stupore e valutazione critica, amore per la verità e passione per l'onestà. La festa di Pasqua e il
successivo tempo pasquale illuminano ed orientano la nostra geografia del cuore.
Il Triduo pasquale pone al centro la croce. Come canta la liturgia, essa è "albero fecondo e
glorioso… trono e altare al corpo di Cristo Signore". I due bracci orizzontali della croce rinviano
alla salvezza senza limiti geografici: l'amore di Dio abbraccia tutti gli uomini. L'asta verticale
unisce cielo e terra: con la sua morte Gesù ci ha riconciliati a Dio ed ha aperto il Cielo. Ogni volta
che facciamo il segno della croce entriamo nell'orizzonte del Signore svelato dal mistero della
croce: ricordiamo di essere amati e redenti dal Signore, ci impegniamo ad accogliere ogni uomo
come fratello, confermiamo che "il Signore è vicino a quanti lo cercano con cuore sincero" (Sl 145,
18).
Il sepolcro vuoto della domenica di Pasqua testimonia che il Signore è risorto e che Dio ha
vinto la morte. Partecipe di questa vittoria, il cristiano si impegna per la vita: si oppone a tutto ciò
che ostacola, umilia o distrugge l'esistenza umana; opera per la promozione di ogni vita, per la
pace, per una convivenza più giusta e solidale. Egli sa che la vita è un mistero d'amore: "Ci
appartiene quanto più la doniamo… quanto più facciamo dono di noi stessi, del nostro tempo, delle
nostre risorse e qualità per il bene degli altri" (Benedetto XVI, Discorso ai volontari del servizio
civile, 28 marzo 2009).
Il giorno di Pasqua il Risorto appare agli apostoli con le piaghe ai piedi e alle mani. Esse
sono il segno inconfondibile delle sue sofferenze e del suo amore. Non si può contemplare il
Crocifisso Risorto ed ignorare le ferite dell'ammalato, affamato, carcerato, immigrato, di chi vive
l'esperienza della separazione o del lutto, di chi ha subito violenze, ha perso il lavoro, è emarginato.
Il Cristo si identifica nel volto dei fratelli sofferenti.
Dopo la risurrezione il Signore Gesù entra nel Cenacolo a porte chiuse: infrange barriere che
sembrano invalicabili. La grazia del Risorto e la forza dello Spirito Santo rendono il cristiano
capace di abbattere i muri della divisione, del sospetto, del pregiudizio, del razzismo, dell'egoismo
e dell'indifferenza. Il nuovo orizzonte del cristiano è il perdono, l'accoglienza, la solidarietà, il
servizio, la gratuità, la verità.
Maria di Màgdala, presso il sepolcro, dopo aver scambiato Gesù con il custode del giardino,
riconosce il Maestro dal suo saluto, dalla sua voce. L'esperienza di Maria testimonia che si conosce
con le orecchie del cuore. Sono esse a definire l'orizzonte del cristiano. I nostri occhi sovente si
fermano all'aspetto esteriore, con il rischio di vedere e non capire. La via ordinaria per riconoscere
l'altro è l'ascolto con il cuore: la sua voce, il suo silenzio, la sua storia, la sua esperienza che, come
tutte, è segnata da luci e ombre, ma è carica di attese, di speranza e di un rinnovato cammino.
È stato scritto che "ciò che fa l'uomo è il suo orizzonte". Per il cristiano, illuminato dalla
fede pasquale, il suo orizzonte ha un'ampiezza sconfinata: egli vive nel tempo, ma è aperto
all'eternità; osserva fatti e vicende umane e ne scorge i segni della presenza del Signore; incontra
uomini e donne che accoglie come fratelli e sorelle; si imbatte in feriti e si fa' loro samaritano;
all'offesa risponde con il perdono; abbatte divisioni, accorcia le distanze con vicini e lontani, sa
ascoltare senza giudicare; lotta per la vita, per una migliore condizione, per la giustizia, per la
liberazione dal male, per il bene comune, di tutti.
La celebrazione della Pasqua è un invito ad allargare il nostro orizzonte, a rivedere la nostra
"geografia del cuore". Essa si nutre e si fa interprete della "geografia del Signore", che "guarda dal
cielo e vede tutti gli uomini" (Sl 33, 13), che "fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni" (Mt 5,
45), ma che "protegge i forestieri, sostiene l'orfano e la vedova" (Sl 146, 9), che per riconciliarci a
sé "non ha risparmiato il proprio Figlio" (Rom 8, 32), che come Padre misericordioso corre incontro
ai suoi figli per perdonarli ed abbracciarli (cfr. Lc 15, 20). Ci può aiutare a vivere la nostra Pasqua il
richiamo di San Teofilo di Antiochia, un Padre del II secolo: "Fammi vedere se gli occhi della tua
mente vedono e le orecchie del tuo cuore ascoltano". A tutti l'augurio di una Pasqua di risurrezione:
con cuore nuovo possiamo amare Dio e i fratelli.
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Prima Domenica di Quaresima
Celebrazione in ringraziamento della liberazione delle nostre sorelle - Omelia

L'inno liturgico della Quaresima in questi giorni ci fa pregare: "Accogli, o Dio pietoso, le preghiere
e le lacrime che il tuo popolo effonde in questo tempo santo" ( Inno dei Vespri). Le lacrime di
trepidazione e di sofferenza di questi ultimi tre mesi si trasformano oggi in un canto di gioia e di
ringraziamento al Signore: le nostre Sorelle, Maria Teresa e Rinuccia, sono nuovamente tra noi,
provate ma libere.
Con il Salmista possiamo dire: "Venite e vedete le opere del Signore… Dio, tu ci hai messi alla
prova, ci hai passati al crogiuolo, come l'argento… ma poi ci hai dato sollievo" (Sal 66, 5.10.12).
"Hai mutato il mio lamento in danza, la mia veste di sacco in abito di gioia, perché io possa cantare
senza posa" (Sal 30, 12-13).
In questa celebrazione eucaristica il canto di lode a Dio delle nostre due Sorelle, dei familiari, della
Comunità del Movimento Contemplativo-Missionario "Charles De Foucauld", della nostra Chiesa
si unisce in coro con quanti hanno condiviso questi mesi di apprensione e di trepidazione, con
coloro che hanno pregato e incessantemente hanno levato le mani al cielo, con le persone che,
appartenenti alle istituzioni civili o alla Chiesa, hanno operato con intelligenza, pazienza e
determinazione per un esito positivo del sequestro. Con tutte queste persone la nostra eucaristia si fa
esperienza di comunione per esprimere la nostra riconoscenza e gratitudine.
Se oggi la nostra celebrazione è primariamente espressione di gioia e di lode per la liberazione
ottenuta, è altresì motivo di ringraziamento al Signore per il significato ecclesiale, religioso e
profetico che racchiude la prova della lunga detenzione delle nostre Sorelle.
I tre mesi di sequestro ci hanno uniti profondamente nella comune condivisione di trepidazioni e
preoccupazioni, di preghiera e di speranza. In forma discreta ma intensa ci siamo sentiti più solidali,
più fratelli, più Chiesa. "Se un membro soffre, scrive san Paolo, tutte le membra soffrono" (1 Cor
12, 26). Questo è ciò che abbiamo vissuto, questa è stata la grazia che abbiamo sperimentato.
Nel tempo di detenzione delle nostre due Sorelle, poi, abbiamo toccato con mano, soprattutto in
certi giorni, la nostra debolezza, l'impotenza, la misura dei nostri limiti dinanzi ad un muro apparso
invalicabile, segnato da un gesto violento, ingiustificato e incomprensibile. Grazie soprattutto alla
testimonianza delle nostre Sorelle, ma anche attraverso quanto tutti abbiamo sperimentato, Dio ha
voluto ricordarci, con le parole dell'Apostolo delle genti, che Egli "ha scelto ciò che nel mondo è
stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti…
perché nessun uomo potesse gloriarsi davanti a Dio" (1 Cor 1, 27.29). Alla luce di questa grande
lezione del Signore siamo invitati a rivedere i criteri di valutazione dei fatti, ma anche a ripensare ai
nostri metri di misura dell'efficienza pastorale. Chi salva è il Signore!
La prova, inoltre, dell'assurda e gratuita violenza subita dalle nostre Sorelle ci apre gli occhi sul
mistero di malvagità che, con i suoi molteplici volti, umilia e avvelena la convivenza della famiglia
umana: soppressioni di vite, aggressioni, stupri, rapine, sfruttamenti, violenze domestiche, ma anche
corruzione, ingiustizia, usura… razzismo. Colpisce l'estensione e l'assurdità di queste forme di
violenza, talvolta dettate da ingiustificati motivi, in alcuni casi da rancore e passione, sovente da
egoismo, da sete di denaro o di potere. Questa non è la civiltà dell'amore, neppure la città
dell'uomo! Questi fatti ci interpellano. Per chi sa leggerli, a loro modo nascondono una profezia che
è appello alla nostra coscienza. Ogni volta che si fa violenza ad una persona viene offesa l'umanità.
Grida il Profeta Isaia: "Sono sazio degli olocausti… Smettete di presentare offerte inutili… Le
vostre mani grondano sangue. Lavatevi, purificatevi… Cessate di fare il male, imparate a fare il
bene, ricercate la giustizia, soccorrete l'oppresso, rendete giustizia all'orfano, difendete la causa
della vedeva" (Is 1, 11.13.16-17). Il mondo nuovo inizia da ciascuno di noi. Tutti, in questo tempo
della Quaresima, siamo invitati ad un rinnovamento interiore: a purificare il cuore, a superare
chiusure ed egoismi, ad abbattere divisioni, intolleranze, ipocrisie. Il diffuso fenomeno della
violenza, poi, compresa quella nostrana, ci obbliga a riflettere da una parte sulla nostra
testimonianza di adulti e dall'altra sull'educazione promossa dalla famiglia, dalla scuola, dalla
Chiesa. Chiamati, inoltre, a costruire un mondo nuovo, dobbiamo interrogarci sulle nostre
responsabilità nel contrastare la violenza e nel rimuovere ingiustizie, intollerabili disuguaglianze,
miseria, che sovente sono il terreno di incubazione o di coltura dei comportamenti devianti, asociali
e violenti.
La Parola di Dio, che è stata proclamata, ci apre ad un orizzonte diverso, ricco di speranza, ad una
storia degli uomini aperta a un nuovo futuro. "Il tempo è compiuto, dice Gesù, e il Regno di Dio è
vicino" (Mc 1,15), cioè è presente, si sta attuando. Questo Regno è la restaurazione di una rinnovata
armonia tra tutti gli uomini. Essa è voluta e promossa dall'alleanza di Dio, è espressa
dall'arcobaleno che abbraccia tutta la terra. Un'alleanza che è una relazione di comunione di Dio
con gli uomini e degli uomini tra di loro. "È un'alleanza, dice il Signore, tra me e voi e tra ogni
essere vivente" (Gen 9,15). Nonostante fatti e segni opposti, noi siamo certi che questo Regno di
comunione tra gli uomini è in via di attuazione per la fedeltà del Signore e per la sua presenza attiva
nella storia degli uomini. "Ecco io, dice Dio, stabilisco la mia alleanza con voi" (Gen 9,9). Si tratta
di una iniziativa gratuita di Dio. E Dio è fedele. La vittoria di Gesù nel deserto contro satana ci
assicura non solo che è possibile vincere le forze del male, ma che Cristo risorto è seduto alla destra
del Padre per imporre la sua signoria su tutte le potenze.
L'accelerazione di questo Regno è legata anche alla nostra risposta. Ci viene indicato il cammino:
"Convertitevi e credete al Vangelo" (Mc 1,15). La conversione significa un nuovo orientamento
della vita: un affidamento fiducioso e incondizionato a Dio; un cambiamento della nostra condotta,
staccandoci dai nostri idoli, compromessi, incoerenze con il Vangelo; la sostituzione dell'arco di
guerra con l'arcobaleno della pace. Ciò significa scelta della non violenza, perdono anche dei
nemici, capacità di rispondere al male con il bene. Con san Francesco siamo invitati a rivolgere la
preghiera che diventa impegno: "Oh Signore, fa' di me uno strumento della tua pace: dov'è odio,
fa' che io porti l'amore; dov'è offesa, ch'io porti il perdono; dov'è discordia, che io porti l'unione;
dov'è disperazione, che io porti la speranza; dove sono le tenebre, che io porti la luce."
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Parole fra continenti 2009
Saluto introduttivo

Un saluto cordiale a tutti, un grazie sincero alla Commissione Giustizia e Pace e ai suoi
collaboratori che con generosità, cura e pazienza hanno lungamente lavorato per preparare questa
IX edizione di "Parole fra continenti". Fin d'ora la mia viva gratitudine a tutti i qualificati relatori
che si alterneranno in questi giorni per dare voce, da diverse angolature, al dolore, alle ferite di cui
soffre il pianeta, nel quale sovente siamo vittime, talvolta conniventi o responsabili.
"Ogni tassello della grande macchina organizzativa -ha scritto don Aldo Benevelli- è andato
in nicchia e siamo pronti". Ora ci troviamo al nastro di partenza. Sono lieto di porgere il mio saluto
all'avvio di questa settimana di incontri, di riflessione e di dibattiti. Mi congratulo per la scelta del
tema: "Il dolore e la consolazione". Il campo di riflessione proposto si coniuga vitalmente con il
cammino che in quest'anno vede la nostra diocesi impegnata ad interrogarsi sulla cittadinanza, vale
a dire sulla nostra partecipazione e responsabilità nella Chiesa e nella società.
Il dolore e la sofferenza connessi alle malattie fisiche e psichiche, ai drammi familiari, alla
povertà e all'ingiustizia troveranno ampi approfondimenti in questi giorni. Sarà l'occasione per
aprire gli occhi sullo sconfinato campo dolente dell'umanità che, talvolta, volentieri non vediamo o
occultiamo. "Ciò che fa l'uomo, è stato scritto, è il suo orizzonte". Contro la tentazione di ripiegarci
su noi stessi, sull'immediato, sulla strada che quotidianamente calpestiamo, in questa settimana
saremo sollecitati a guardare oltre. Più esteso sarà l'orizzonte, più saremo uomini. Siamo tutti
invitati a raccogliere il richiamo di Charles Peguy: "Lasciatevi entrare con coraggio sotto l'arcata
del ponte della notte". Per noi, in questa settimana, si apre l'opportunità di entrare nella "notte" dei
molti volti, vicini e lontani, noti o anonimi, di uomini e di donne feriti, sofferenti, delusi,
dimenticati.
Se il prendere consapevolezza della "notte" è un salto di qualità per l'uomo ed è una prima
forma di solidarietà, tutto ciò resta insufficiente. Opportunamente, in questa settimana, al tema del
dolore è stato associato quello della consolazione. Essa significa fondamentalmente fraterna
vicinanza e fattiva presenza per condividere, sostenere, alleviare. Le modalità della consolazione
sono molte. Ciò che non è ammissibile è restare alla finestra.
Trovo ricca di sapienza la favola dell'alito del leone, che molti conoscono. Un giorno il
leone incrociò un lupo, al quale chiese: "Il mio alito è gradevole o sgradevole?" Il lupo, sicuro di sé,
rispose: "È sgradevole!" Il leone, infuriato, lo sbranò. Alcuni giorni dopo il leone incontrò una
pecora, alla quale rivolse la stessa domanda: "Il mio alito è gradevole o sgradevole?". La pecora,
impaurita, si premurò di rispondere: "È gradevole!" Il leone, compiaciuto, se la divorò. Tempo dopo
il leone si imbatté in una volpe, alla quale pose il solito interrogativo: "Il mio alito è gradevole o
sgradevole?" La volpe, astuta, diede prontamente la risposta: "Sono raffreddata. Non sento nulla!"
Approfittando della momentanea sorpresa del leone, la volpe fuggì lontano.
Il rischio del raffreddore è sempre in agguato. Sovente siamo abili a trovare scuse e via di
fuga dianzi a fatti e a persone che possono crearci imbarazzo e chiamarci in causa. Con
ammirazione apprezzo, in campo ecclesiale e civile della nostra terra, tante persone, molti volontari,
numerose associazioni che, immuni dal raffreddore, si spendono per dare concrete risposte a
sofferenti ed emarginati. È il valore aggiunto che dà qualità alla nostra convivenza!
Il mio augurio è che le parole che ascolteremo in questa aula possano diventare pietre, in
parte trasformarsi in fatti concreti. Resta sempre attuale il detto del cardinal Mercier: "Coloro che
non fanno nulla non sbagliano mai, ma tutta la loro vita è uno sbaglio". Questa frase rimanda al
fondamentale insegnamento di Gesù. Tutti hanno un prossimo, tutti viviamo accanto a persone
prossime, tutti siamo attorniati da vicini. Ciò che conta non è avere un prossimo, ma che io mi
faccia prossimo di qualcuno. Per il cristiano questa è fedeltà al Vangelo.
A tutti l'augurio di buon lavoro.
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Giornata del Seminario
Messaggio

Il 25 gennaio prossimo il Seminario si presenterà alla ribalta della diocesi per parlare di sé, per
richiamare l'attenzione di tutta la nostra Chiesa.
L'annuale Giornata del Seminario è un'occasione di preghiera e di riflessione sulle vocazioni al
sacerdozio, in particolare su quanti sono chiamati a servire la nostra Chiesa come presbiteri o
diaconi permanenti. Attualmente sono in cammino verso l'ordine sacro cinque seminaristi e nove
aspiranti al diaconato permanente.
Alcune delle nostre parrocchie sono prive di una presenza stabile del sacerdote. Per questo cresce il
numero di parroci che devono prendersi cura di più comunità parrocchiali. Diciamo grazie ai nostri
generosi sacerdoti che suppliscono alla carenza del clero, nello stesso tempo va apprezzata la
comprensione dei fedeli di quelle parrocchie dove il servizio del sacerdote è meno esteso rispetto al
passato. La diminuzione delle vocazioni al presbiterato e l'avanzamento negli anni dei sacerdoti
impongono a tutti una riflessione sul ruolo specifico del presbitero, sui possibili compiti che
potranno assolvere in futuro i diaconi permanenti, in particolare sulla responsabilità dei laici nelle
nostre comunità e sul coordinamento del lavoro pastorale di ogni Zona. Tale riflessione, già avviata
con prudenza e responsabilità, contribuirà ad accrescere la nostra appartenenza ecclesiale e a trovare
fruttuose soluzioni di servizio alle nostre parrocchie.
Guardare al Seminario significa interrogarsi sulla promozione delle vocazioni: quelle dei futuri
presbiteri e diaconi diocesani, ma anche quelle del clero religioso, dei missionari, delle religiose. Su
tutti i fronti si registra un calo preoccupante. Sappiamo che la vocazione è un dono del Signore e
che la risposta suppone un idoneo contesto familiare e comunitario, richiede cura, sostegno,
accompagnamento. Per i singoli e per le comunità cristiane sorge il dovere di intensificare la
preghiera, ma anche la necessità di ripensare ad una azione vocazionale rinnovata e più incisiva. Tra
le possibili domande mi permetto di richiamarne alcune. Nell'educazione familiare c'è spazio per
una futura scelta sacerdotale o religiosa? Quali iniziative sono promosse nelle nostre parrocchie per
favorire la nascita di nuove vocazioni? A chi compete la responsabilità di porre esplicitamente ai
nostri ragazzi e giovani la prospettiva di una possibile vocazione sacerdotale o religiosa?
Il nostro Seminario diocesano da anni vede una presenza saltuaria dei seminaristi che vivono la loro
esperienza formativa e teologica nel Seminario Interdiocesano, che ha sede a Fossano. Di fatto il
Seminario diocesano resta una struttura ampiamente valorizzata per incontri, corsi formativi,
esperienze di preghiera per molti laici e operatori pastorali. Accanto a questa preziosa funzione il
nostro Seminario è utilizzato anche per incontri di ragazzi e di adolescenti, ai quali si offre
l'opportunità di una ricerca vocazionale. In questo modo il Seminario rivive, almeno in parte, il suo
originale servizio. Esso dovrà essere incoraggiato e ulteriormente arricchito.
La Giornata del Seminario è per tutti un'opportunità spirituale per sentirci Chiesa diocesana, per
dire grazie ai nostri sacerdoti e alle nostre religiose che dedicano il loro servizio alle nostre
comunità, per interrogarci sulla nostra responsabilità nel promuovere e sostenere le vocazioni.
Insieme alla preghiera sono certo che non mancherà l'aiuto materiale per sostenere le gravose spese
sia di ristrutturazione e sia del suo ordinario funzionamento. L'aiuto al Seminario assicura a questa
istituzione di assolvere ad una vitale funzione pastorale ed educativa. Ciò significa futuro per le
nostre parrocchie, per i nostri operatori pastorali. L'amore al Seminario è amore alla nostra Chiesa.
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Auguri di Monsignor Vescovo
Una luce si diffonde nella notte

Nessuno aveva le mani vuote. Ognuno portava qualche frutto della terra. Mi colpiva la statua del cieco: anch'egli era sulla strada. In cammino, si accontentava di vedere con gli occhi del compagno, in attesa, giunto alla grotta, di riacquistare la vista. C'era pure un mendicante con abiti laceri. Non portava nulla, né stendeva la mano. Anch'egli era rivolto alla grotta con le braccia alzate. Era certo che gli occhi di quel Bambino si sarebbero posati su di lui, anche se quelli degli uomini si erano stancati di vederlo.

 

Non mancava mai il castello di Erode. Ogni anno era diversamente dislocato, sempre in un luogo solitario. Fiero e arrogante, faceva bella mostra di sé. Imponente come una fortezza, si ergeva su un dirupo, inaccessibile. Nessuna strada portava a valle, nessun sentiero incrociava il cammino di chi si dirigeva alla grotta. Isolato, con porte e finestre chiuse, appariva senza vita, cupamente illuminato dall'interno. Eppure la luce del Natale era apparsa anche per gli inquilini del castello. Bastava affacciarsi. Non era necessario vedere subito la luce di quella piccola capanna. Era sufficiente accorgersi che qualcosa di nuovo muoveva l'attenzione e i passi di tante persone comuni e semplici.

 

A me piace quella capanna, modesta, spoglia, ma centro di attrazione. Sempre uguale, sempre la medesima, sempre con le stesse sue statuine: l'asino e il bue, Maria e Giuseppe. Tutti immobili, stavano raccolti in un silenzioso stupore dinanzi al Bambino Gesù che, fragile e impotente, era adagiato seminudo sulla paglia con le braccia aperte. Il parroco ci spiegava: "Gesù è venuto per abbracciare tutti gli uomini". La nostra mamma catechista aggiungeva la sua versione: "Vedete quelle braccia distese e protese in avanti? Gesù vuole essere preso in braccio da ognuno di voi". Due letture, diverse e complementari.

 

Il Signore Gesù viene a Natale. Discreto e silenzioso viene ogni giorno. Come ci ricorda la Chiesa, egli viene incontro a noi in ogni uomo e in ogni tempo, per assumere la nostra debolezza, per illuminare il nostro cammino, per innalzarci a dignità perenne, per sollevare tutto il creato dalla sua caduta. Come a Zaccheo, Gesù ripete a ciascuno di noi: "Oggi devo fermarmi a casa tua" (Lc 19,5).

 

L'accoglienza di questo Bambino sarà un'ospitalità ampiamente ripagata. Il mio augurio è di non mancare al suo appuntamento: in famiglia, nella fatica e difficoltà di ogni giorno, nel nostro dubbio e sconforto, nella nebbia che talora avvolge persone e cose, negli uomini che quotidianamente incontriamo sul nostro cammino. Talvolta, come il cieco del presepio, sarà sufficiente fidarci della luce scorsa da chi ci sta accanto. In certi giorni occorre metterci nei panni del povero che alza le mani. Il Signore ha buona vista! Importante è avere gli occhi aperti, spalancare il cuore e guardare fiduciosi quel Bambino nato a Betlemme. Egli viene ancora. Silenzioso e semplice egli prende anche il volto dei piccoli, degli esclusi, degli ultimi. Fare Natale è guardare nella direzione della luce, mettersi in cammino e, possibilmente, presentarci non a mani vuote al Signore, ai fratelli. "Bisognerà che mai dimentichiamo la strada del presepio, scriveva don Primo Mazzolari, se il mondo vorrà avere ancora uomini liberi, uomini giusti, uomini che sentono la fraternità".

 

A tutti buon Natale con affetto e con fraterna vicinanza.

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Nota Pastorale 2008/2009
Vivere insieme nella Chiesa e nella società

Alle comunità cristiane e agli operatori pastorali: presbiteri, religiose e fedeli laici

NOTA PASTORALE

Orientamenti e proposte per l'anno 2008-2009

 

INTRODUZIONE
L'incontro di Gesù con Zaccheo fu l'icona che accompagnò la riflessione del Sinodo diocesano, che si è concluso 10 anni fa. Essa resta attuale e illumina il cammino pastorale della nostra Chiesa. "Oggi devo fermarmi a casa tua"(Lc 19, 5) ha detto Gesù a Zaccheo e ripete ancora a noi. La nostra casa, nella quale quest'anno siamo chiamati ad accogliere il Signore, ha due nomi: la grande famiglia dei figli di Dio, eletti e convocati dal Signore per formare la sua Chiesa, e l'intera famiglia degli uomini, tutti figli amati da Dio. Come cristiani siamo cittadini di entrambe le famiglie.
"Ciò che ci precede", ciò che ci è stato trasmesso, "ci permette di esistere". A coloro che furono prima di noi dobbiamo non solo la nascita, il nome, beni materiali e istituzioni, cultura e valori, ma anche la fede cristiana, convincimenti religiosi e morali. A questa "tradizione-comunicazione", riferita alla fede e ai valori cristiani, è stata rivolta l'attenzione nell'anno pastorale appena concluso. A sua volta "ciò che è tra noi" ci consente di "essere quello che siamo". La nostra qualità di vita dipende da quanto sappiamo costruire insieme, condividere, dare e ricevere, sia nelle comunità ecclesiali che in quelle civili. Quest'anno siamo invitati a riflettere e a interrogarci su come "vivere insieme nella Chiesa e nella società".
In primo luogo l'attenzione è rivolta alla Chiesa che, estesa in tutto il mondo, si fa presente nelle nostre comunità locali. Sovente fragili, talvolta povere o piccole, esse sono la casa dove si ferma il Signore. Contro la tentazione di una "privatizzazione" della fede e di un cammino spirituale individuale e solitario, il Signore ci invita a fare strada insieme, con Lui e con i fratelli, per sperimentare la sua vicinanza e il suo amore, per crescere nella nostra consapevolezza e responsabilità cristiana, per essere segno della comunione fraterna e solidale che Dio vuole realizzare fra tutti gli uomini. La partecipazione alla vita ecclesiale è la via ordinaria per incontrarci con Dio e conoscere il suo volto, essere rigenerati a vita nuova e sviluppare rapporti filiali con lui.  Per questo, come scrive san Cipriano, "non può avere Dio per padre chi non ha la Chiesa per madre" .
La seconda parte è dedicata alla cittadinanza sociale. Anche noi cristiani, come tutti gli uomini, siamo membri della famiglia umana. Il Signore ci incontra nelle persone che abitano il nostro territorio, così pure in quelle che popolano la terra. Oltre alla responsabilità dovuta alla comune cittadinanza, la nostra adesione a Dio, Creatore e Padre degli uomini, accresce il nostro dovere di collaborare con tutti per costruire una società più giusta e un mondo migliore. L'impegno sociale del cristiano non è solo un doveroso atto di responsabilità, ma anche un dovuto debito di carità, come ci ricorda l'insegnamento sociale della Chiesa: "È indubbiamente un atto di carità l'opera di misericordia con cui si risponde qui e ora ad un bisogno reale e impellente del prossimo, ma è un atto di carità altrettanto indispensabile l'impegno finalizzato ad organizzare e strutturare la società in modo che il prossimo non abbia a trovarsi nella miseria" .
Infine, segue una parte più pastorale nella quale sono offerti orientamenti e proposte, allo scopo di favorire una partecipazione consapevole e fattiva alla vita ecclesiale e sociale. Come Zaccheo, anche per noi accogliere il Signore nella nostra casa significa impegnarci a scelte concrete e coraggiose. Le linee operative tracciate in queste pagine intendono dare unità al cammino pastorale della nostra Chiesa e orientare la programmazione delle nostre comunità locali. Ulteriori integrazioni applicative si incontrano nella proposta diocesana di catechesi per giovani, famiglie, adulti e nella sintesi, in appendice, sulla cittadinanza, nella quale sono raccolte ricche e concrete indicazioni emerse nelle riunioni del Consiglio Presbiterale e Pastorale e nell'Incontro interdiocesano dello scorso giugno.

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Auguri di Monsignor Vescovo
Pasqua: porte aperte

Il Dio in cui crediamo non ama le porte chiuse. Esse parlano di isolamento, rendono impraticabili lo scambio e la comunicazione, si associano a catene e schiavitù, fanno pensare ad una casa vuota e priva di vita. Dio stesso è una porta spalancata ed è all'opera per spezzare catene e aprire nuovi sentieri di vita e di libertà.

Il volto di Dio è amore. È l'opposto di chiusura e di ripiegamento su se stessi. Per chi ama, Egli ha creato il mondo, al centro del quale ha posto l'uomo. Dall'alto si è fatto il Dio vicino, per comunicarci la sua sapienza, la sua parola e la sua vita. È stato riconosciuto e sperimentato come il nostro pastore che ci conduce ad acque tranquille e ci guida per il giusto cammino (cfr. Salmo 23, 2-3). Ha diviso il mare per condurre il suo popolo alla terra della libertà. Ha aperto strade impraticabili per riportare gli esiliati alla loro patria. Ha squarciato i cieli per farci dono del suo Figlio unigenito e dello Spirito Santo. Il giorno di Pasqua Dio ha aperto il sepolcro, ha vinto la morte ed ha risuscitato il Figlio Gesù, per riconsegnarcelo Signore della storia, autore della vita, buon pastore, nostro avvocato e sacerdote presso il Padre.

La morte, sepoltura e risurrezione di Gesù formano il grande evento pasquale: è l'espressione più alta del suo amore per noi, avviene la riconciliazione degli uomini con Dio insieme al perdono dei peccati, è la piena vittoria della vita sulla morte in Gesù ma anche per l'umanità intera. La Pasqua di Gesù, con il suo passaggio dalla vita alla morte, è il momento culminante di tante porte che Egli ha aperto nella sua vita pubblica: ha ridato la vista ai ciechi sino ad aprire i loro occhi alla fede; ha guarito lebbrosi restituendoli alla vita sociale della loro comunità; ha accolto la donna peccatrice rimettendola sulla strada dell'onestà; ha perdonato Pietro confermandogli il suo amore e la sua stima; ha restituito alla vita ed ai loro familiari il figlio della vedova di Naim, la figlioletta di Giàiro, come pure Lazzaro, fratello di Marta e Maria; sulla croce ha aperto le porte del paradiso al ladrone pentito. Si può affermare che l'intera missione di Gesù fu tesa
ad aprire porte: alla luce e alla verità, al ricupero della salute e della speranza, alla fede e al perdono, alla vita e alla libertà, al paradiso e alla risurrezione finale.

Con la Pasqua Gesù Cristo, il Risorto, il Vivente in mezzo a noi, ha continuato ad aprire porte alla vita, alla libertà, alla speranza. Il giorno della risurrezione, sebbene le porte fossero chiuse, Gesù entrò nel cenacolo per manifestarsi ai suoi apostoli e fare dono dello Spirito. Lo stesso giorno di Pasqua il Risorto si mise in cammino con i due discepoli di Emmaus per dare risposta ai loro interrogativi, riaccendere la speranza, cambiare direzione alla loro vita. Cinquanta giorni dopo
Pasqua, il giorno di Pentecoste, fedele a quanto Gesù aveva promesso, fu inviato lo Spirito Santo che trasformò gli apostoli, paurosi e titubanti, in coraggiosi testimoni sulle strade di paesi vicini e lontani. I credenti della prima comunità di Gerusalemme, scossi dalla persecuzione e dal martirio di Stefano, si dispersero in varie regioni e sotto l'azione dello Spirito del Signore diffondevano la Parola di Dio. A Filippi, per un intervento misterioso del Signore, furono spezzate le catene di Paolo e di Sila e aperte le porte della loro prigione.

 

Secondo la sua promessa, Gesù, il Risorto, sta alla porta e bussa (cfr. Ap 3, 20). Sono molte e, a volte, misteriose le vie scelte dal Signore per bussare alla porta delle persone: anzitutto con l'annuncio della sua Parola e l'illuminazione dello Spirito Santo, ma anche grazie all'eroismo dei martiri, la testimonianza di singoli cristiani e di comunità, talvolta in esperienze di sofferenza e di lutto, attraverso fatti ed eventi carichi di interrogativi, non di rado nell'incontro con persone e in letture. Chi apre la porta a Cristo scopre orizzonti nuovi, si libera da catene che lo tengono prigioniero, trova forza per portare pesi mortificanti, incontra risposta a interrogativi ed eventi drammatici, imprime alla propria vita una nuova direzione, sperimenta una ritrovata gioia di essere vivo e libero. Per coloro che fanno spazio al Signore continua, così, la Pasqua di risurrezione: viene aperta la strada di un nuovo esodo, si spalanca una nuova porta. Il cristiano che vive in sé l'esperienza della Pasqua, il passaggio ad una vita rinnovata, si fa' testimone e promotore della novità pasquale del Risorto. Il suo impegno si traduce in solidarietà e condivisione delle difficoltà, paure, angosce, attese degli uomini d'oggi, per aprire sentieri di speranza e di vita. È una solidarietà che ha tanti nomi: vicinanza, ascolto e comprensione, perdono e riconciliazione, sostegno spirituale e materiale, difesa degli ultimi. Il tutto è sintetizzato nell'amore ai fratelli, la cui misura è quella di Gesù: pagare di persona sino a dare la vita.


In questi giorni che hanno preceduto la Pasqua, la Chiesa ha fatto echeggiare la voce di Isaia: "Ecco il mio diletto di cui mi compiaccio… Io, il Signore, ti ho chiamato per la giustizia, ti ho preso per mano, ti ho formato e stabilito come luce delle nazioni, perché tu apra gli occhi ai ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre" ( Is 42, 1-7).
Questo annuncio profetico ha trovato piena attuazione in Gesù. Il mio augurio che Dio possa dire di ciascuno di noi: "Io mi compiaccio di te". Apriamo la nostra porta al Risorto per essere promotori di vita nei fratelli. A tutti buona Pasqua!

Secondo la sua promessa, Gesù, il Risorto, sta alla porta e bussa (cfr. Ap 3, 20). Sono molte e, a volte, misteriose le vie scelte dal Signore per bussare alla porta delle persone: anzitutto con l'annuncio della sua Parola e l'illuminazione dello Spirito Santo, ma anche grazie all'eroismo dei martiri, la testimonianza di singoli cristiani e di comunità, talvolta in esperienze di sofferenza e di lutto, attraverso fatti ed eventi carichi di interrogativi, non di rado nell'incontro con persone e in letture. Chi apre la porta a Cristo scopre orizzonti nuovi, si libera da catene che lo tengono prigioniero, trova forza per portare pesi mortificanti, incontra risposta a interrogativi ed eventi drammatici, imprime alla propria vita una nuova direzione, sperimenta una ritrovata gioia di essere vivo e libero. Per coloro che fanno spazio al Signore continua, così, la Pasqua di risurrezione: viene aperta la strada di un nuovo esodo, si spalanca una nuova porta. Il cristiano che vive in sé l'esperienza della Pasqua, il passaggio ad una vita rinnovata, si fa' testimone e promotore della novità pasquale del Risorto. Il suo impegno si traduce in solidarietà e condivisione delle difficoltà, paure, angosce, attese degli uomini d'oggi, per aprire sentieri di speranza e di vita. È una solidarietà che ha tanti nomi: vicinanza, ascolto e comprensione, perdono e riconciliazione, sostegno spirituale e materiale, difesa degli ultimi. Il tutto è sintetizzato nell'amore ai fratelli, la cui misura è quella di Gesù: pagare di persona sino a dare la vita.


In questi giorni che hanno preceduto la Pasqua, la Chiesa ha fatto echeggiare la voce di Isaia: "Ecco il mio diletto di cui mi compiaccio… Io, il Signore, ti ho chiamato per la giustizia, ti ho preso per mano, ti ho formato e stabilito come luce delle nazioni, perché tu apra gli occhi ai ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre" ( Is 42, 1-7).
Questo annuncio profetico ha trovato piena attuazione in Gesù. Il mio augurio che Dio possa dire di ciascuno di noi: "Io mi compiaccio di te". Apriamo la nostra porta al Risorto per essere promotori di vita nei fratelli. A tutti buona Pasqua!

Secondo la sua promessa, Gesù, il Risorto, sta alla porta e bussa (cfr. Ap 3, 20). Sono molte e, a volte, misteriose le vie scelte dal Signore per bussare alla porta delle persone: anzitutto con l'annuncio della sua Parola e l'illuminazione dello Spirito Santo, ma anche grazie all'eroismo dei martiri, la testimonianza di singoli cristiani e di comunità, talvolta in esperienze di sofferenza e di lutto, attraverso fatti ed eventi carichi di interrogativi, non di rado nell'incontro con persone e in letture. Chi apre la porta a Cristo scopre orizzonti nuovi, si libera da catene che lo tengono prigioniero, trova forza per portare pesi mortificanti, incontra risposta a interrogativi ed eventi drammatici, imprime alla propria vita una nuova direzione, sperimenta una ritrovata gioia di essere vivo e libero. Per coloro che fanno spazio al Signore continua, così, la Pasqua di risurrezione: viene aperta la strada di un nuovo esodo, si spalanca una nuova porta. Il cristiano che vive in sé l'esperienza della Pasqua, il passaggio ad una vita rinnovata, si fa' testimone e promotore della novità pasquale del Risorto. Il suo impegno si traduce in solidarietà e condivisione delle difficoltà, paure, angosce, attese degli uomini d'oggi, per aprire sentieri di speranza e di vita. È una solidarietà che ha tanti nomi: vicinanza, ascolto e comprensione, perdono e riconciliazione, sostegno spirituale e materiale, difesa degli ultimi. Il tutto è sintetizzato nell'amore ai fratelli, la cui misura è quella di Gesù: pagare di persona sino a dare la vita.


In questi giorni che hanno preceduto la Pasqua, la Chiesa ha fatto echeggiare la voce di Isaia: "Ecco il mio diletto di cui mi compiaccio… Io, il Signore, ti ho chiamato per la giustizia, ti ho preso per mano, ti ho formato e stabilito come luce delle nazioni, perché tu apra gli occhi ai ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre" ( Is 42, 1-7).
Questo annuncio profetico ha trovato piena attuazione in Gesù. Il mio augurio che Dio possa dire di ciascuno di noi: "Io mi compiaccio di te". Apriamo la nostra porta al Risorto per essere promotori di vita nei fratelli. A tutti buona Pasqua!

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